C’è un filo che lega l’ubriacatura per l’intelligenza artificiale di oggi a un’epoca che molti conoscono solo per sentito dire: la metà degli anni Ottanta.
Io quegli anni me li ricordo bene. C’ero.
Ricordo l’aria del 1985, l’elettricità attorno alla sfida giapponese della Quinta Generazione, i manuali, la sensazione netta che stessimo per catturare l’intelligenza umana dentro una scatola logica. Edward Feigenbaum, da Stanford, aveva formulato un principio tanto limpido quanto radicale:
“Il potere di un sistema intelligente non sta negli algoritmi generali di ragionamento, ma nella quantità e nella qualità delle conoscenze specialistiche che possiede.“
Era l’era dei sistemi esperti. L’obiettivo era clonare la testa dei migliori specialisti — ingegneri, medici, periti — e tradurla in una base di conoscenza fatta di regole (SE… -> ALLORA) e in un motore inferenziale che le applicava. XCON, alla Digital, configurava i VAX meglio di molti tecnici: arrivò a oltre diecimila regole, e a una squadra intera per tenerle in piedi. Sembrava l’inizio di una rivoluzione definitiva.
Invece arrivò il muro. Lo stesso Feigenbaum lo battezzò knowledge acquisition bottleneck: il collo di bottiglia dell’acquisizione della conoscenza: per costruire un sistema esperto servivano mesi di interviste.
L’ingegnere della conoscenza torchiava l’esperto, gli estraeva (a fatica) le euristiche, le codificava a mano in migliaia di righe rigide. Un lavoro titanico, costosissimo e fragile: bastava un’eccezione non prevista perché il castello crollasse. E soprattutto: la macchina sapeva tutto di un mestiere e non imparava niente. Per insegnarle una cosa nuova serviva qualcuno che la scrivesse.
Il mercato si disilluse, i budget furono azzerati, arrivò il lungo inverno dell’IA. Abbiamo archiviato tutto, convinti che quella strada fosse impraticabile.
Salto in avanti. Anno 2026.
Io ci sono anche qui.
Dopo gli anni della fascinazione indiscriminata per i modelli linguistici — capaci di conversare su tutto, ma strutturalmente inaffidabili nei contesti verticali dove non è concesso sbagliare — in Canonity ci siamo fatti una domanda che per me aveva il sapore di un conto rimasto aperto per quarant’anni:
Se un modello linguistico oggi fa l’acquisizione da solo, leggendo e strutturando moli immense di documenti, perché non riprendere il meccanismo dei sistemi esperti del 1985, ora che il collo di bottiglia è superabile?
L’abbaglio degli ultimi tempi infatti è stato credere che bastasse dare in pasto un PDF a una chat, o costruire una pipeline RAG, per ottenere un professionista sintetico. E, spoiler, no, non funziona così. Il RAG ripesca frammenti simili alla domanda. Il linguaggio naturale senza architettura produce solo parodie probabilistiche dell’esperienza umana.
La risposta che abbiamo costruito in Canonity parte da una formula precisa:
La “competenza” di Canonity è il sistema esperto di Feigenbaum con l’acquisizione fatta dal modello e la curatela fatta con l’autore. È quello che avremmo voluto nel 1985, con un pezzo in più: la skill.
Il collo di bottiglia rovesciato
Nel nostro schema l’esperto non subisce più l’interrogatorio di un programmatore, ma semplicemente carica i documenti che ha: manuali, listini, procedure come fonti permanenti; preventivi fatti, ticket risolti come esempi. E, scometti? È il modello a fare il lavoro sporco: distilla gli esempi togliendo nomi, importi e dati riservati e tenendo ciò che insegnano; dà un verdetto a ogni documento rispetto allo scopo dichiarato; mette i documenti in relazione fra loro e trova dove si contraddicono; formalizza una prima architettura della conoscenza.
Ma l’automazione lasciata a se stessa può inventare. Ed è qui che scatta la svolta: è l’esperto quello che valida.
Risponde alle domande che il sistema gli propone dopo avere studiato i documenti e trovato cose che ha capito male. L’esperto decide, quando due fonti si contraddicono, quale vale. Corregge un’interpretazione con una nota, e la nota diventa parte della competenza come se fosse un documento. Approva lo schema del dominio. E prova: salva richieste vere e le fa rigirare a ogni revisione, per vedere se la competenza risponde come vuole lui, e se l’ultimo documento caricato ha peggiorato qualcosa.
Finché non ha guardato, la competenza aggiornata non entra in esercizio.
Non si estrae più la conoscenza col cucchiaino. Il modello costruisce l’impalcatura, l’esperto la verifica e la firma.
Il pezzo in più: che cos’è davvero una skill.
Nel 1985 avevamo basi di conoscenza statiche e motori inferenziali rigidi. Nel 2024 ci siamo accontentati di prompt fragili, affidati alla buona sorte della probabilità. Nel 2026 tutti vendono skill.
Ed è giusto: una skill è una cosa seria che funziona, è la procedura: che cosa fare, in che ordine, con quali strumenti, che cosa controllare prima di consegnare, quando fermarsi. Una skill sa come si fa un lavoro.
Quello che una skill non sa è che cosa si sa in quell’azienda: il catalogo, le regole di sconto, le eccezioni che si fanno da dieci anni e che nessuno ha mai scritto. Una skill senza competenza è un bravo professionista al primo giorno in un’azienda che non conosce. Una competenza senza skill è una biblioteca.
Le due cose si affiancano. La skill dice come si fa; la competenza dice che cosa si sa. E la competenza è un oggetto fisico, non appartiene a nessun modello: si aggancia a quello che l’autore sceglie, e se domani lo cambia, resta.
Un esempio: il catalogo e i cinque preventivi
Un’azienda vende impianti su misura. Carica il catalogo tecnico e le regole di sconto come fonti permanenti, e cinque preventivi già inviati come esempi.
L’elaborazione distilla i preventivi: via i nomi dei clienti e gli importi puntuali, restano i criteri di scelta. Poi il sistema trova una discrepanza e bussa alla porta dell’esperto:
C’è una contraddizione: un preventivo applica il 15% di sconto, la regola dice al massimo il 10%. Era un errore o un’eccezione?
L’autore risponde:
Un’eccezione: vale solo per i clienti conosciuti in fiera.
In quell’istante la risposta entra nella competenza e ci resta.
Ora agganciamo la competenza alla skill «rispondi a una richiesta di preventivo, usando il listino di settembre 2026 (path/al/listino.xlsx)». Da quel momento ogni richiesta che entra — in chat, o da un workflow che legge la posta — esce con un preventivo coerente col catalogo, con le regole e con l’eccezione della fiera.
E con il modello linguistico che l’autore preferisce oggi! Se domani ne esce uno migliore o più economico e lo sostituisce, la competenza non si rifà: non è del modello.
Chiudere il cerchio
Quarant’anni fa eravamo partiti con l’intuizione giusta e gli strumenti sbagliati. Poi abbiamo passato un decennio a credere che la forza bruta dei parametri potesse sostituire la specificità della conoscenza umana.
Feigenbaum aveva ragione fin dal principio: l’intelligenza applicata è competenza di dominio, non generalismo. Oggi abbiamo il motore per estrarla, l’esperto per verificarla e la skill per metterla al lavoro.
Il sistema esperto non è più una promessa incompiuta del 1985. È tornato. E stavolta impara.

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