Nel 1793 un filosofo calcolò che mezz’ora di lavoro al giorno sarebbe bastata a tutti. Oggi? Questa cosa ci terrorizza.
Prova a dire a qualcuno che: da domani una macchina farà per te la parte noiosa del tuo lavoro. I riepiloghi, i documenti da compilare, le mail da smistare, le riunioni di allineamento (non solo il verbale…), il codice di routine.
Lo vedrai irrigidirsi e prima ancora di chiedersi cosa fare delle ore liberate, si chiederà quanto durerà lo stipendio.
La gente ha voglia di lavorare. In quarant’anni di mestiere ho conosciuto pochissime persone che volessero davvero non fare niente, e ne ho conosciute moltissime che non sopportavano quello che erano costrette a fare: il ripetitivo, il rendicontato, il «facciamo così perché si è sempre fatto così». Quando il lavoro ha un senso le persone lo cercano, lo difendono, ci restano fino a tardi senza che nessuno glielo chieda.
Il paradosso è che la liberazione dalla fatica inutile, che per secoli è stata un’utopia, oggi che è raggiungibile la consideriamo una forma di minaccia. La realtà è che nel sistema in cui viviamo il lavoro eterodiretto è l’unico titolo che autorizza a mangiare e a contare qualcosa per gli altri.
Tolta la fatica, con l’architettura attuale non avremo nemmeno il permesso di esistere.
Mezz’ora al giorno
Nel 1793 (più o meno 240 anni fa) William Godwin nella sua “Inchiesta sulla giustizia politica” si pose una domanda, che oggi suona attualissima: quanto lavoro serve davvero per mantenere una comunità? Non si fermò alla domanda ma fece proprio i conti e arrivò a una cifra imbarazzante. Se il lavoro manuale fosse stato distribuito equamente fra tutti gli adulti abili, eliminando le occupazioni che servivano solo al lusso di pochi e al mantenimento di apparati inutili, sarebbe bastata mezz’ora al giorno a testa.
Per Godwin l’uomo liberato dalla fatica si sarebbe messo a studiare, a sperimentare, a rendersi utile: la curiosità e il desiderio di contribuire gli sembravano motori più forti del salario. Il tempo era, ai suoi occhi, la risorsa che la disuguaglianza sottraeva alla maggioranza per regalarla a una minoranza che viveva del lavoro altrui.
Thomas Malthus cinque anni dopo gli rispose con un intero saggio sulla popolazione, per spiegargli che qualunque abbondanza sarebbe stata mangiata dalle nascite.
E il dibattito è andato avanti così per due secoli.
La stima ha fatto scuola e nel 1880 Paul Lafargue, ne Il diritto alla pigrizia, chiedeva tre ore al giorno; Bertrand Russell nel 1932, nell’Elogio dell’ozio, quattro. John Maynard Keynes nel 1930 scrisse che i suoi nipoti, intorno al 2030, avrebbero lavorato quindici ore a settimana e si sarebbero trovati davanti al vero problema: cosa fare del tempo.
Mancano quattro anni alla scadenza di Keynes e la produttività per ora lavorata ha superato le sue stime, sebbene le ore siano rimaste più o meno le stesse.
Dove è finito il tempo
I guadagni di produttività ci sono stati, ed enormi. Sono andati però quasi tutti a chi possiede il capitale, sotto forma di dividendi, e molto poco a chi lavora, sotto forma di ore in meno a parità di paga.
Poi è successa una cosa che Godwin aveva intravisto e che David Graeber ha raccontato nel 2018 con un titolo poco elegante, Bullshit Jobs: l’automazione della produzione materiale ha moltiplicato le mansioni di controllo, rendicontazione e coordinamento, lavori che chi li svolge spesso giudica inutili e che esistono soprattutto per tenere in piedi la disciplina del salario. Le occupazioni parassitarie che il filosofo voleva abolire, insomma, invece di sparire si sono vestite da ufficio.
Chi ha letto Il riflesso e il midollo ha già incontrato Jevons: le macchine a vapore più efficienti fecero crescere il consumo di carbone invece di ridurlo. Con il lavoro di testa succede lo stesso. Ad esempio rendere la stesura di un documento o di un pezzo di codice dieci volte più veloce ha fatto esplodere la domanda di revisioni, allineamenti, versioni e conformità… e le ore? Sono rimaste le stesse.
Lafargue aveva aggiunto l’ultimo pezzo già nell’Ottocento: nelle poche ore che gli restano, un lavoratore stanco consuma e tace.
Il ricatto
L’intelligenza artificiale si distingue dalle rivoluzioni precedenti per un motivo preciso: lavora sul linguaggio, sull’analisi, sul codice.
La macchina a vapore ha sostituito i muscoli, il gestionale ha velocizzato la contabilità, questa entra nelle mansioni cognitive intermedie, riassumere, redigere, filtrare, prototipare. Esattamente la parte del lavoro che la gran parte delle persone, se potesse, lascerebbe volentieri a qualcun altro.
Dovrebbe essere la buona notizia del secolo… E invece? Viene vissuta come una condanna perché il sistema converte ogni ora risparmiata collettivamente in un rischio individuale: meno ore necessarie, meno posti, meno titoli per sedersi a tavola.
Ci hanno messo nella posizione di avere paura che, nel momento in cui la fatica se ne va, lo stipendio la segua.
I numeri dicono che la gente vuole lavorare e allo stesso tempo smettere di sprecarsi. Fra giugno e dicembre 2022, in Gran Bretagna, 61 aziende e circa 2.900 dipendenti hanno provato per sei mesi la settimana di quattro giorni con il modello 100:80:100: stesso stipendio, 80% delle ore, stessa produzione attesa.
Sembra assurdo ma alla fine il risultato è:
- Il burnout dichiarato è sceso del 71%
- Lo stress ridotto del 39%
- I giorni di malattia? Due terzi meno!
- Il fatturato medio? Cresciuto dell’1,4%…
Alla fine 56 aziende su 61 hanno deciso di non tornare indietro e il 15% dei lavoratori ha dichiarato che nessuna cifra lo avrebbe convinto a tornare ai cinque giorni. Il lavoro è rimasto ma è aumentato il tempo per farne qualcos’altro.
Le condizioni perché l’AI produca lo stesso effetto su scala si conoscono da tempo: orario ridotto a parità di paga, un reddito che non dipenda per intero dal posto (il reddito di base, finanziato tassando le rendite dell’automazione, è la versione più discussa) e una AI usata per togliere lavoro inutile invece che per contare i minuti di chi resta.
Sono tre scelte politiche, e il bello è che la parte tecnica, per una volta, è già pronta.
Le altre ventitré ore e mezza
Godwin fece il suo conto in un’Inghilterra di campi e telai e lo presero per un sognatore. Due secoli dopo abbiamo costruito la macchina che rende quel conto credibile anche per il lavoro di testa, e la prima reazione collettiva è stata chiedere di spegnerla.
Mi chiedo, e questa volta con paura, se sia perché la mezz’ora porta con sé una domanda scomoda, e cioè chi decide (o il non sapere) cosa fare delle altre ventitré ore e mezza.
Chiedo: se da domani una macchina si prendesse la parte noiosa del tuo lavoro e lo stipendio restasse lo stesso, cosa faresti del tempo?
… Ma soprattutto, quanto ci hai messo a pensare alla paga prima di pensare al tempo?

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