Magnifica Humanitas non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale

È un’enciclica sui deboli, sul profitto e sulla dignità. La stessa di cui Camillo Olivetti era custode.


Sento ripetere in questi giorni una formula stanca: il Papa ha scritto un’enciclica sull’intelligenza artificiale. Lo dicono i quotidiani, lo dicono i commentatori che l’hanno aperta in pdf e scrollata fino a pagina sette, lo dice, soprattutto, chi avrebbe un certo interesse perché fosse davvero così. Un’enciclica sull’AI è una cosa che si commenta, si retwitta, si archivia. È innocua. Un’enciclica su altro, no.

Magnifica Humanitas non è un’enciclica sull’AI. Lo dice la struttura del testo: cinque capitoli, un’introduzione e una conclusione, e l’intelligenza artificiale entra nel discorso solo dal terzo capitolo in poi. Prima ci sono la persona, la Dottrina Sociale, il fondamento. Lo dice il titolo stesso, che chi lo cita di solito dimentica: sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Custodia della persona. L’AI è il tempo, non il soggetto.

Il soggetto è un altro, ed è molto più scomodo. È l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli (la formula è di Leone XIV, non mia).

È la concentrazione di brevetti, algoritmi, piattaforme e infrastrutture tecnologiche nelle mani di pochissimi attori privati transnazionali, spesso più forti dei singoli Stati. È la finanza che si è staccata dal lavoro reale e gira a vuoto su sé stessa. È la guerra che si automatizza fino a perdere ogni coscienza morale. È l’informazione che diventa, contemporaneamente, ambiente e bersaglio della manipolazione. Ed è la dignità del lavoro, ridotta a variabile da ottimizzare.

In altre parole: oltre il novanta per cento dell’umanità. Quella che porta a casa lo stipendio, fa la spesa, paga l’affitto, e non possiede né brevetti né server cloud. Quella che la sinistra italiana ha smesso di nominare quando si è limitata a parlare di diritti civili e basta — sacrosanti, intendiamoci, ma da soli del tutto insufficienti per fare politica industriale.

Il lavoro

Leone XIV parla del lavoro con una nettezza che spiazza. L’automazione, scrive, non è in sé un male: se libera l’uomo da mansioni pesanti, ripetitive o pericolose, è benvenuta. Ma se sostituisce sistematicamente l’occupazione senza prevedere riqualificazione, diventa, testualmente, “accelerazione dell’ingiustizia”.

Il Papa chiede che le imprese smettano di misurarsi solo con il ROI e includano la qualità del lavoro tra gli indicatori di successo. E ricorda che il lavoro non è soltanto reddito: è “luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità”.

Sono frasi che, se fossero dette da un politico, oggi suonerebbero o estremiste o nostalgiche. Dette dal Pontefice, sembrano semplicemente di buon senso. Vale la pena chiedersi perché.

La finanza

C’è un passaggio dell’enciclica che dovrebbe far rabbrividire la City di Londra prima del Vaticano. Leone XIV denuncia un’economia “dominata dalla rendita e scollegata dal lavoro reale”, chiede esplicitamente che la finanza torni a servire l’economia produttiva invece di servire sé stessa, e osserva che nell’economia algoritmica il capitale rischia di emanciparsi completamente dal lavoro umano. Questa è la frase che andrebbe fissata sopra ogni scrivania di ogni consulente di un fondo.

È una formula precisissima: non dice che il capitale sfrutta il lavoro, lo sapevamo da Marx. Dice che il capitale può, oggi, fare a meno del lavoro umano. Che è una mutazione antropologica del capitalismo, non una sua intensificazione.

Per la prima volta nella storia, il modo di produrre ricchezza potrebbe non avere più nemmeno bisogno di chi quella ricchezza la produce.

La guerra

La parte più politica dell’enciclica è quella sul disarmo algoritmico. Leone XIV chiude — definitivamente, e con un coraggio teologico considerevole — la dottrina della “guerra giusta”. Non perché il principio fosse sbagliato in sé, ma perché l’automazione dei sistemi d’arma ha reso i conflitti troppo fattibili, troppo impersonali, troppo privi di un volto umano che si assuma la responsabilità.

E qui il Papa coglie un punto che ai pacifisti europei tradizionali sfugge da anni: oggi le guerre non sono più solo guerre. Sono “guerre ibride” che coinvolgono il terreno economico, finanziario, informatico, e che sfruttano la disinformazione e la paura per presentare l’aumento delle spese militari come l’unica risposta possibile a un futuro percepito come incerto. È esattamente quello che stiamo vivendo. Solo che nessuno lo dice con questa chiarezza.

L’informazione

È la sezione più sottovalutata dell’enciclica, e probabilmente la più urgente.

Leone XIV parla di “ecologia della comunicazione” e lancia un allarme democratico esplicito: disinformazione, deep fake, bolle cognitive amplificate dall’IA stanno indebolendo la fiducia reciproca, che è il tessuto invisibile delle democrazie. Scrive che “un’informazione veritiera non nasce da un controllo centralizzato, ma si costruisce attraverso legami di fiducia”. Chiede un’alleanza educativa tra scuola, famiglia e istituzioni per insegnare alle nuove generazioni a distinguere il reale dal manipolato.

C’è un passaggio, in particolare, che secondo i primi commentatori richiamerebbe Hannah Arendt sui “sudditi ideali” dei regimi totalitari — non i convinti ideologici, ma coloro per i quali la distinzione tra fatto e finzione è già scomparsa. È un’analisi che dovrebbe interessare meno i teologi e più i direttori dei giornali. Perché descrive esattamente il cittadino medio dell’epoca degli algoritmi: non un fanatico, ma un disorientato. E un disorientato si governa meglio di un fanatico.

La dignità

Qui torniamo al cuore. Il filo che tiene insieme lavoro, finanza, guerra e informazione è uno solo: la dignità della persona umana, che non è un sentimento né una formula da preambolo costituzionale, ma un criterio di valutazione operativa di qualunque scelta tecnica, economica o politica. Una soluzione che produce profitto ma erode la dignità di chi lavora, di chi si informa o di chi vive in un paese in guerra non è una soluzione: è un problema travestito da soluzione.

L’enciclica lo dice con una formula che vale la pena ricordare: la tecnologia “non è di per sé un male, ma non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Ogni volta che qualcuno ci dice “è solo uno strumento”, possiamo rispondere così.

Camillo Olivetti

A questo punto, però, sento il bisogno di un ancoraggio italiano. Perché Leone XIV è un agostiniano nato a Chicago, e il rischio di farlo passare per un’eccezione esotica è alto. Non lo è. È, semplicemente, l’ultimo grande rappresentante di una tradizione di pensiero che noi italiani conosciamo bene, anche se l’abbiamo dimenticata.

Camillo Olivetti, nel 1908, fonda a Ivrea la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere. Assume i contadini uno per uno e gli insegna l’elettricità a casa sua, la sera. Garantisce assistenza sanitaria, assegni di maternità, attività culturali in fabbrica. È socialista, ebreo, sposato con una valdese. Il suo riformismo — dice la Treccani — ha “venature cristiane”. E ha una regola fissa per sé e per i suoi quadri, che vale la pena riscrivere per intero: i capi devono stare in officina almeno un’ora in più degli operai, per studiare il lavoro.

Provate a rileggere quella frase tenendo accanto Magnifica Humanitas. Il capo che resta in officina è esattamente il principio dello human in the loop che oggi tutti citiamo nei convegni sull’AI: la decisione non può mai essere completamente delegata alla macchina, deve restare un uomo a vederla, a riconoscerla, a portarla in coscienza. Centodiciotto anni prima del termine, Camillo lo dice meglio di noi. E lo fa.

C’è di più. Camillo riteneva, e qui cito da uno scritto raccolto dalle Edizioni di Comunità, che la partecipazione al bene comune e l’etica comportamentale non fossero accessori dell’impresa, ma il suo fondamento.

Il fondamento. Non un costo da iscrivere a bilancio sotto la voce CSR, non un capitolo della relazione di sostenibilità: il fondamento. È esattamente la stessa cosa che oggi Leone XIV dice quando riconosce l’iniziativa imprenditoriale come legittima purché assuma la creazione di lavoro dignitoso come parte integrante della propria missione.

La differenza fra Camillo e il Papa è solo di matrice. Camillo veniva da un riformismo socialista venato di cristianesimo valdese. Leone XIV viene dal magistero cattolico romano. Ma sull’agenda, sui temi, sulle priorità, coincidono in modo impressionante. E sull’antagonista coincidono in modo perfetto: l’idea che il profitto sia l’unico criterio di valutazione dell’agire economico. Camillo la combatteva nelle officine della sua fabbrica. Leone XIV la combatte in un’enciclica.

Concludo…

Se ti ho fatto pensare che il Papa “è più a sinistra della sinistra”, stai commettendo un errore di geometria politica. La Dottrina Sociale della Chiesa non è di sinistra: difende la proprietà privata, riconosce l’iniziativa imprenditoriale, rifiuta la lotta di classe. Non demonizza il profitto, nega soltanto che il profitto debba essere l’unico criterio di giudizio.

Il fatto vero è che la posizione del Papa coincide con la posizione olivettiana: la terza via del riformismo etico italiano, quella che diceva impresa sì, ma persona prima. Quella posizione è rimasta vuota nel nostro paese da almeno trent’anni. Il liberismo l’ha schernita, il marxismo l’ha snobbata, il populismo l’ha cannibalizzata. E quando una posizione resta vuota troppo a lungo, prima o poi qualcuno la occupa.

In questo caso l’ha occupata un agostiniano americano nato a Chicago. Va detto: l’ha fatto meglio di chiunque altro, in Italia, negli ultimi trent’anni. E il fatto che a parlare di dignità del lavoro, di idolatria del profitto, di finanza scollegata dal reale, di automazione che diventa accelerazione dell’ingiustizia e di concentrazione del potere informativo nelle mani di pochi sia oggi un Papa e non un partito, non un sindacato, non un movimento culturale, dovrebbe farci tutti riflettere.

Camillo Olivetti, nel 1908, restava in officina un’ora più degli operai per studiare il lavoro. Oggi nessuno ci sta più, in quell’officina. Né i capi, né i politici, né i sindacati, né gli intellettuali. Solo un agostiniano di Chicago, che ci entra per scrivere encicliche.

L’officina, intanto, si chiama dataset. Ma il problema è esattamente lo stesso del 1908.

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