Cronache da un oblò

Intervista alla “Signora” del 2009

Visto che ormai tutti intervistano le AI e io mi voglio sempre distinguere, ho deciso di fare l’unica cosa davvero sensata: intervistare la lavatrice dell’appartamento che ho affittato a Parma.

Lei è qui da molto prima di me. Ha visto passare inquilini, stagioni, detersivi in offerta, calzini spaiati, tovaglie macchiate di sugo e asciugamani dimenticati nel cestello fino alla fermentazione.

È lei l’elettrodomestico giusto a cui fare domande. Una veterana della centrifuga. Una creatura del 2009 che, mentre noi ci illudiamo di vivere nell’era dell’intelligenza artificiale, continua a ricordarci che la vera autorità domestica resta quella che decide quando sbloccare l’oblò.

Mi siedo sul pavimento freddo del bagno. Lei mi osserva con il suo unico grande occhio di vetro, leggermente appannato da residui di ammorbidente alla lavanda, forse del 2014.

Premo “Avvio” senza caricare nulla. Solo per schiarirle la voce.

Il display a LED arancioni pulsa debolmente.

L’intervista

Intervistatore:
Anzitutto, scusa la scarsa delicatezza, ma ci conosciamo da poco. Come dovrei chiamarti? Hai un nome o sei semplicemente “quella che sta in fondo al corridoio”?

Lavatrice:
Emette un ronzio sommesso, una vibrazione che sa di cuscinetti vissuti.

Chiamami Diva.

Sì, come le cantanti del Teatro Regio. Perché anch’io ho i miei capricci, le mie pause drammatiche e una certa sensibilità acustica. Se i miei cuscinetti non sono in forma, l’intera performance ne risente.

E poi, diciamolo: sono io la vera protagonista della casa.

Senza di me, i tuoi vestiti profumerebbero di umidità, ansia e disperazione.

Intervistatore:
Diva, hai ragione. Parliamo di dignità. C’è quel momento, in basso a destra, dietro lo sportellino che non vuole mai aprirsi. Quando qualcuno svita il tappo dello scarico per pulire il filtro… come ti senti?

Diva:
Gorgoglia profondamente.

Vuoi parlare della violazione suprema?

È un momento degradante. Io cerco di mantenere un certo contegno emiliano, e all’improvviso arriva qualcuno a scoperchiarmi l’anima.

Esce di tutto: acqua stantia, monete da due centesimi, forcine, bottoni, sabbia inspiegabile e quel fango grigiastro che rappresenta la prova scientifica che l’essere umano non è pulito: è solo temporaneamente presentabile.

Mi sento esposta. Violata. Costretta a condividere un’intimità che non augurerei nemmeno a un’asciugatrice economica comprata in saldo.

Intervistatore:
A volte però sembri quasi ribellarti. Parliamo di quando carichiamo male i panni e tu inizi a ballare per il bagno.

Diva:
Ah, il ballo del disonore.

Succede quando mi infilate dentro un unico, maledetto accappatoio di spugna insieme a tre calzini e una maglietta innocente.

L’accappatoio assorbe acqua, colpa e rimpianti. Diventa pesante come un peccato mortale e si piazza tutto da un lato.

A quel punto perdo il mio equilibrio interiore.

Comincio a tremare, sbatto contro il muro, avanzo di dieci centimetri e produco un ritmo che voi chiamate “rumore”, ma che in realtà è una richiesta d’aiuto in linguaggio meccanico.

Non sto ballando, sto cercando di fuggire da chi non sa distribuire il bucato.

Intervistatore:
Diva, sei del 2009, è perfino scaduta la tua garanzia di 10 anni ben appiccicata sul fronte. In termini tecnologici sei una centenaria. Cosa provi quando pensi al giorno in cui ti porteranno via?

Diva:
Un silenzio improvviso scende nel cestello.

La chiamate discarica ma io preferisco “ritiro spirituale”. Tanto lo so che non sapete nemmeno cosa vuol dire RAEE. Per voi è una sigla burocratica scritta su un modulo, per noi è il Ritiro Ascetico degli Elettrodomestici Esausti.

Un luogo di pace, silenzio e metallo, dove le lavatrici anziane smettono finalmente di centrifugare i sensi di colpa degli altri e possono meditare sul grande mistero del calzino scomparso.

Lì non ci sono più accappatoi sbilanciati, filtri ostruiti, detersivi economici versati a caso.

Solo quiete.

Solo oblò chiusi.

Solo vecchie macchine che, dopo una vita passata a girare, scoprono finalmente il valore dello stare ferme.

Intervistatore:
Un’ultima curiosità. Il display segna spesso “0:01” e ci rimane per dieci minuti. Perché ci menti?

Diva:
Un ultimo, lungo ronzio elettrico.

Non è una bugia. È suspense.

Quel minuto finale è il mio spazio sacro. Il mio intervallo teatrale. Il momento in cui decido se sbloccare l’oblò oppure lasciarti lì, piegato davanti a me, a tirare la maniglia con la stessa fede con cui gli antichi interrogavano gli oracoli.

Voi pensate di comandare la casa perché pagate l’affitto.

Che tenerezza.

Noi lavatrici del 2009 abbiamo ancora il potere.

Ora basta domande.

Il minuto è finito.

Tira pure quella maniglia.

E vedi di stendere subito, perché non ho nessuna intenzione di rifare tutto il lavoro.


Diva non aggiunge altro, il display resta fermo su “0:01”, che ormai ho capito non essere un’indicazione temporale, ma una posizione filosofica.

Resto lì, in silenzio, davanti all’oblò chiuso, per rispetto.

In fondo, ogni epoca ha i suoi oracoli, i greci avevano Delfi, noi abbiamo una lavatrice del 2009 in un bagno di Parma, che decide quando siamo degni di riavere i nostri calzini.

Poi si sente un “clack”.

L’oblò si apre. Fine dell’intervista. Inizio dello stendino.

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