Il software a buon mercato e l’illusione del “localhost”.

Perché l’AI ha reso facile iniziare, ma non finire.

Sento ripetere spesso una narrazione stanca, divisa tra due estremismi opposti: da una parte l’entusiasmo di chi giura che l’ingegneria del software sia morta e che chiunque possa riscrivere un’intera infrastruttura complessa con tre prompt; dall’altra, il cinismo di chi liquida tutto come una truffa generatrice di codice spazzatura.

La verità, come accade quando la tecnologia incontra la dura legge dell’economia reale, è più netta. L’intelligenza artificiale ha abbattuto una parte importante del costo di creazione del software, soprattutto nella fase iniziale di prototipazione. Ma non ha abbattuto automaticamente i costi di produzione reale: la sicurezza, la distribuzione, la manutenzione, la conformità e l’acquisizione dei clienti.

Il punto centrale è questo: oggi è molto più facile generare codice, ma non è diventato molto più facile costruire un prodotto affidabile.

I dati non sono opinioni

Non commettiamo l’errore di pensare che il vibe coding — lo stile di programmazione in cui lo sviluppatore detta requisiti in linguaggio naturale e delega interamente la scrittura del codice all’IA — sia una moda passeggera o un fenomeno marginale. Le piattaforme di AI coding stanno crescendo a velocità eccezionali, ridefinendo le metriche finanziarie del settore software.

Pensiamo a Lovable, arrivata a centinaia di milioni di ARR in pochissimi mesi, a Replit, che punta apertamente al miliardo di ricavi dopo il lancio del suo AI Agent, o a Cursor (Anysphere), ormai indicata come l’emblema di questa accelerazione. Anche i comportamenti del mercato lo confermano: secondo i dati di Sensor Tower e Wells Fargo, i rilasci di nuove applicazioni iOS nel 2025 sono aumentati sensibilmente, spinti proprio dalla straordinaria accessibilità degli strumenti generativi.

Tuttavia, la crescita degli strumenti non si traduce automaticamente nel successo dei prodotti generati.

In molti cercano di spiegare l’alto tasso di abbandono dei progetti sostenendo che, poiché solo una piccola parte della popolazione sa usare davvero questi strumenti (circa l’1%), allora il 99% dei progetti fallisce. È una tesi interessante, ma espressa in modo troppo meccanico: confonde due metriche diverse. Il problema non è chi usa lo strumento, ma dove si ferma il progetto.

La realtà è che moltissimi progetti restano bloccati nel limbo che separa la demo dalla produzione. Funzionano magnificamente sul proprio computer (“localhost”), sembrano convincenti in una schermata o in un video di trenta secondi sui social, ma falliscono quando devono incontrare il mondo vero: gestire utenti reali, pagamenti sicuri, permessi, dati personali, logging, scalabilità e continuità operativa.

Il vibe coding riduce il costo di scrittura iniziale, non il costo totale del software. Il software non è solo codice: è architettura, sicurezza, reputazione, assistenza e responsabilità. Per questo, in un mondo in cui il codice diventa abbondante e a costo marginale quasi nullo, il vantaggio competitivo si sposta verso ciò che il codice da solo non può risolvere: i canali commerciali, il brand, la fiducia, la SEO e la comprensione profonda del problema. Il codice diventa infinito; l’attenzione degli utenti, invece, resta una risorsa scarsissima.

La trappola dell’8%: perché non riscriverete l’ERP con un prompt

Anche sul piano aziendale, dobbiamo evitare gli estremismi. La tesi secondo cui ogni media o grande impresa potrà riscriversi internamente l’ERP, il CRM o il sistema di payroll semplicemente affidandosi a qualche prompt è debole.

Anish Acharya, general partner di a16z, ha sollevato un punto fondamentale: la spesa per lo sviluppo software rappresenta storicamente solo una quota limitata dei costi complessivi aziendali, circa l’8-12%.

Usare l’intelligenza artificiale per ricostruire da zero sistemi delicati e complessi come il payroll o l’ERP aziendale per risparmiare una frazione di quella percentuale espone l’azienda a rischi operativi intollerabili, a fronte di risparmi del tutto modesti.

La conclusione corretta non è rifiutare l’AI, ma non usarla dove il rischio supera di gran lunga il beneficio. L’AI ha senso quando accelera i processi dei team competenti, quando integra workflow frammentati o quando costruisce strumenti interni controllati.

Lo studente che si corregge il compito da solo

Il problema più serio del vibe coding ingenuo non è la quantità di codice prodotto, ma la qualità del codice che sopravvive nei repository aziendali.

Le ricerche sulla sicurezza indicano che il codice generato da AI può apparire perfettamente funzionante a una prima verifica visiva, nascondendo al contempo vulnerabilità gravi.

Veracode ha rilevato che circa il 45% del codice generato da modelli AI contiene debolezze strutturali legate alle OWASP Top 10, con criticità particolarmente alte su Cross-Site Scripting (XSS) e log injection.

Il rischio non è teorico e chiedere a un modello di verificare la sicurezza del codice che esso stesso ha generato equivale a far valutare l’esame allo studente che lo ha appena sostenuto. Senza test indipendenti e controlli esperti, si finisce per mettere online sistemi intrinsecamente fragili.

Gli incidenti reali lo confermano. Il caso Orchids — dimostrato in un test reale con un giornalista della BBC — ha evidenziato come una piattaforma di vibe coding possa esporre vulnerabilità zero-click molto gravi se il modello di sicurezza non viene presidiato con competenza.

Anche le recenti tensioni tra Apple e i creatori di questi strumenti ne sono la prova. La Linea Guida 2.5.2 dell’App Store vieta esplicitamente alle app di scaricare, installare o eseguire codice dinamico che modifichi le funzionalità dell’app approvata in fase di review. Le piattaforme che permettono di generare ed eseguire codice direttamente dentro l’ambiente mobile entrano in conflitto strutturale con questo modello di controllo.

Va corretta, però, una forzatura che si legge in giro: le rimozioni massive dagli store non possono essere attribuite interamente al vibe coding. Google e Apple rimuovono costantemente milioni di app per violazioni di policy, spam, frodi o obsolescenza. I numeri sono reali, ma usarli come prova diretta della “spazzatura da vibe coding” è una correlazione debole e fuorviante.

Dall’atmosfera al rigore: l’Ingegneria Agentica

La vera distinzione che dobbiamo fare oggi non è tra chi usa l’AI e chi non la usa, ma tra il vibe coding ingenuo e l’ ingegneria assistita da AI.

Il primo approccio è un atto di fede: generare, accettare e distribuire codice senza comprendere la logica sottostante. Il secondo è un processo rigoroso e controllato: gli agenti operano all’interno di una cornice protetta da specifiche (come un file di pianificazione strutturato), vincoli architetturali, test comportamentali end-to-end (E2E), gestione sicura dei segreti, database protetti (ad esempio tramite Row Level Security) e analisi statica e dinamica (SAST/DAST).

Andrej Karpathy, che ha contribuito a diffondere l’espressione vibe coding, ha recentemente riconosciuto che quella fase puramente intuitiva sta lasciando il passo a qualcosa di più serio: l’ Ingegneria Agentica.

E anche qui, la parola chiave non è autonomia totale, ma orchestrazione.

Il programmatore professionista non scompare affatto; al contrario, assume un ruolo ancora più centrale.

I Senior Dev rimangono la vera scialuppa di salvataggio delle aziende tecnologiche. Smettono di essere meri dattilografi di sintassi per diventare architetti, revisori e garanti della sicurezza, capaci di definire meglio gli obiettivi, i vincoli logici, l’architettura e i criteri di accettazione dell’opera.

La lezione strategica

Il vibe coding ha vinto come interfaccia di prototipazione rapida, ma ha perso come illusione di poter sostituire l’ingegneria del software. È uno strumento straordinario per dare forma visiva a un’idea, per validare un MVP o per creare piccole utilità e script interni in un ambiente controllato.

Diventa pericoloso quando viene scambiato per un processo completo di sviluppo production-grade.

Il futuro non sarà “tutti programmatori senza competenze” e non sarà nemmeno “l’AI è inutile perché produce codice sporco”. Il futuro è un modello ibrido: molte più persone potranno iniziare a creare software, ma solo chi saprà governare, verificare, rendere sicuro e mantenere il codice generato riuscirà a produrre valore reale.

In sintesi: l’AI ha reso il software infinitamente più facile da iniziare, non più facile da finire. Ha ridotto la distanza tra l’idea e il prototipo, ma ha reso ancora più evidente la distanza tra il prototipo e il prodotto.

La competenza del futuro non sarà scrivere ogni riga a mano; ma sapere cosa chiedere, cosa rifiutare, cosa verificare e cosa non mettere mai, per nessun motivo, in produzione senza un controllo di qualità.

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