Categoria: Intelligenza Artificiale

  • Silver Startupper: Quando l’esperienza fa davvero la differenza (anche nell’AI)

    Silver Startupper: Quando l’esperienza fa davvero la differenza (anche nell’AI)

    Siamo abituati a immaginare gli startupper come giovani ventenni, entusiasti e privi di timori, ma oggi dati e realtà ci dicono qualcosa di diverso: l’età media dei fondatori di startup di successo si aggira sui 45 anni.

    Per anni, il messaggio diffuso è stato chiaro: “l’innovazione appartiene ai giovani”. Ma basta guardarsi intorno per capire che la narrativa sta cambiando. Herbert Boyer fondò Genentech, poi valutata 47 miliardi di dollari, quando aveva 40 anni; David Duffield avviò Workday a 64 anni, creando un colosso oggi valutato oltre 43 miliardi. Persino nel settore dell’intelligenza artificiale si inizia a comprendere che l’esperienza non è un ostacolo, bensì un vantaggio competitivo.

    I fondatori senior portano al tavolo qualcosa di unico: l’esperienza accumulata negli anni, una profonda conoscenza del mercato e, soprattutto, una gestione matura del fallimento. Dopo aver già sperimentato le insidie del mercato e vissuto sulla propria pelle almeno un insuccesso, chi supera una certa età affronta le nuove sfide con una consapevolezza diversa. Sa cosa evitare, quali rischi correre e soprattutto come affrontare i momenti difficili.

    Questa maturità si riflette direttamente anche nella gestione finanziaria: gli imprenditori senior hanno esperienza, sono più cauti con i capitali e dispongono di reti di contatti consolidate, aspetti cruciali per una startup che vuole crescere rapidamente.

    Eppure, nonostante questi vantaggi evidenti, in Italia persiste una sorta di discriminazione anagrafica. Le istituzioni puntano quasi esclusivamente sui giovani under 40 e sulle donne, ignorando completamente l’enorme potenziale dell’esperienza che possono apportare gli imprenditori maturi. Oggi, infatti, non esiste praticamente nessun incentivo pubblico italiano specificamente rivolto agli imprenditori che superano i 55 anni, mentre per donne e giovani sotto i 35 anni sono stati stanziati centinaia di milioni di euro tramite il PNRR.

    Personalmente, ho sperimentato quanto possa essere frustrante cercare risorse per avviare progetti innovativi nel nostro paese in generale e specialmente superati certi limiti di età, tuttavia, questa esperienza mi ha spinto ancora di più verso l’innovazione, portandomi a creare u-prompt, una piattaforma destinata a democratizzare l’accesso corretto e professionale all’intelligenza artificiale, la prima del suo genere in Italia e probabilmente in Europa.

    u-prompt ha già un chatbot multicanale che fa risparmiare almeno 40€ al mese ai professionisti, ma presenterà un agente-chatbot innovativo capace di replicare tutte le funzionalità avanzate dei principali strumenti AI presenti oggi sul mercato, ad una frazione del costo attuale. Questo consentirà ai professionisti del settore di risparmiare da un minimo di 100€ fino a 800€ al mese, mentre gli appassionati e gli hobbisti potranno finalmente accedere a tecnologie AI finora economicamente fuori dalla loro portata.

    L’MVP di questo agente-chatbot è già disponibile per chi vorrebbe investire nella start-up.

    Un tasso di successo del 70%
    Tra gli oltre 1,5 milioni di imprenditori nel mondo, quelli sopra i 50 anni hanno maggiori probabilità di avere successo rispetto alle controparti più giovani. Oggi negli Stati Uniti un’impresa su tre è avviata da qualcuno di 50 o più anni. Ma c’è di più. Se solo il 28% delle start up create dai giovani durano più di tre anni, per quelle accese da over 60 il tasso di successo è del 70 per cento. È quanto mette nero su bianco il rapporto “The Longevity Economy” realizzato dall’Aarp and Oxford Economics. «Poter fisicamente e psicologicamente lavorare significa anzitutto riconoscere il proprio contributo alla società di cui si è parte, poter produrre reddito, non gravare sulle pensioni e quindi sui giovani per dover finanziare i più vecchi. Significa anche avere capacità di spesa, permettere all’economia di rimanere in un ciclo attivo», precisa Palmarini, che prospetta un futuro ancora più determinato dalla generazione silver.

    Come correttamente riportato nell’articolo su Sole24Ore e non mi sento affatto escluso dalla corsa all’innovazione per via della mia età, al contrario, sono convinto che proprio l’esperienza maturata negli anni possa fare la differenza nella capacità di leggere il mercato, anticipare i bisogni degli utenti e costruire soluzioni realmente efficaci.

    u-prompt è il risultato di questa convinzione, un progetto che mostra chiaramente come il valore dell’esperienza, del fallimento e della resilienza possa tradursi in innovazioni concrete e di successo, sfidando ogni pregiudizio anagrafico.

  • l’AI ucciderà Google?

    l’AI ucciderà Google?

    L’algoritmo con cui funziona il motore di ricerca di Google può tranquillamente sopravvivere all’AI, pertanto sono sempre stato scettico sulla longevità dell’algoritmo del motore di ricerca… ma:

    pare che il modo in cui cerchiamo informazioni online sta cambiando.

    Una recente analisi ha mostrato che oltre il 50% delle ricerche su Google si conclude senza clic (che è la base di funzionamento di quell’algoritmo). Tra i motivi c’è il fatto che spesso gli utenti trovano risposte direttamente nella pagina dei risultati.

    Infine è significativo il rapido aumento degli utenti che si affidano direttamente all’intelligenza artificiale senza passare dal motore di ricerca.

    Mentre per gli utenti finali è tutto grasso che cola, per chi vive esclusivamente di traffico organico basato su Google è un problema. Se oltre il 40% del traffico del sito arriva ancora da Google, potrebbe succedere che venga eliminato direttamente dalle risposte sintetizzate delle AI.

    Scrivere per i modelli, non per i motori

    La soluzione potrebbe non essere più “ottimizzare per l’algoritmo di Google”, ma creare contenuti pensati per essere letti, compresi e utilizzati dalle intelligenze artificiali, ovvero diventare una fonte autorevole citata direttamente nelle risposte generate dagli LLM (Large Language Models).

    Google continuerà a servire per ricerche specifiche, come trovare siti ufficiali, documenti o pagine precise. Ma per sintesi, ragionamenti e analisi, l’intelligenza artificiale è già un passo avanti.

    Dunque quale sarà il futuro del controllo dei contenuti?

    Il classico file robots.txt, usato dai siti web per indicare ai motori di ricerca quali contenuti possono essere indicizzati, potrebbe presto evolversi in llms.txt. Questo nuovo file, proposto recentemente, è concepito per regolare l’accesso ai contenuti web da parte dei modelli linguistici come ChatGPT e Bard.

    llms.txt nasce proprio per rispondere a una domanda cruciale:

    come impedire (o favorire) l’utilizzo dei propri contenuti da parte delle intelligenze artificiali?

    Tuttavia, allo stato attuale è soltanto una proposta senza valore pratico immediato, poiché nessun grande player dell’AI ha ancora ufficialmente adottato questo standard.

    Cosa possono fare le aziende oggi?

    In attesa di sviluppi le aziende dovrebbero:

    • Continuare a usare robots.txt per gestire l’accesso dei bot AI noti, come GPTBot.
    • Valutare attentamente quali contenuti consentire o bloccare.
    • Monitorare regolarmente i log del server per tracciare l’attività dei bot delle AI.
    • Mantenere un’alta qualità e autorevolezza dei contenuti, perché le AI riescono a identificare le fonti più affidabili (e se i tuoi contenuti sono generati dall’AI).

    I miei 2c sull’approccio vincente: sarà quello flessibile e proattivo. In pratica prepararsi oggi per essere pronti domani, informarsi sempre e prepararsi a strumenti come llms.txt che potrebbero diventare essenziali a breve.