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  • Sequoia dice che i servizi saranno il nuovo software. Canonity nasce esattamente per questo.

    Sequoia dice che i servizi saranno il nuovo software. Canonity nasce esattamente per questo.

    Recentemente Sequoia Capital ha pubblicato un articolo molto interessante: “Services: The New Software”. (LINK)

    La tesi è semplice ma dirompente: la prossima generazione di aziende AI non venderà software ma lavoro eseguito dall’intelligenza artificiale.

    La prossima azienda da mille miliardi sarà un’azienda software che si presenta al cliente come un fornitore di servizi. Non vende il tool ma il lavoro fatto. Tu non compri il software di contabilità, compri la contabilità chiusa. Il software è sotto il cofano, il cliente vede solo il risultato.

    La tesi è semplice ma dirompente: la prossima generazione di aziende AI non venderà software ma lavoro eseguito dall’intelligenza artificiale. In pratica per anni abbiamo costruito strumenti quali CRM, Contabilità, Tool di Marketing, tutti strumenti che aiutano le persone a fare il lavoro.

    Adesso però l’AI cambia il paradigma, non si tratta più di software che aiuta a lavorare, si tratta di software che fa il lavoro, sia quello noioso e ripetitivo, sia quello di analisi.

    Ma ogni founder si fa la stessa domanda: cosa succede quando la prossima versione di Claude o GPT, o Gemini rende il mio prodotto inutile? E ha ragione a preoccuparsi se vende lo strumento, ogni aggiornamento mangerà quote.

    Ma se vendi il lavoro fatto, ogni miglioramento del modello rende il tuo servizio più veloce, più economico e più difficile da battere… E se i modelli sono più di uno la partita è vinta “a tavolino”.

    L’AI ha imparato a parlare. Ora deve imparare a lavorare.

    Il claim di Canonity nasce proprio da questa idea:

    “L’AI ha imparato a parlare. È ora di insegnarle a lavorare.”

    Negli ultimi anni abbiamo visto modelli sempre più capaci di conversare. Ma “chattare” non è lavorare, il vero salto avviene quando l’AI viene inserita in workflow capaci di produrre risultati concreti.

    Sequoia divide il lavoro umano in due strati.

    Intelligence è eseguire regole complesse: tradurre specifiche in codice, testare, fare debug. Le regole sono tante ma sono regole — l’IA le impara.

    Judgement è decidere cosa costruire: quale feature ha priorità, se accettare debito tecnico, quando rilasciare anche se non è perfetto. Richiede esperienza, gusto, intuizione — anni di pratica.

    Da prompt a servizi

    Oggi chiunque può scrivere prompt o progettare workflow AI, ma questi prompt sono prodotti vendibili? No, sono semplicemente istruzioni.

    Canonity prova a cambiare questo paradigma permettendo a chiunque di:

    • creare un workflow AI
    • pubblicarlo nel marketplace
    • farlo utilizzare da altri
    • guadagnare ogni volta che viene eseguito

    Il punto chiave è questo: su Canonity non si vendono prompt.
    Si vendono esecuzioni.

    Alcuni esempi concreti? Immaginiamo alcuni servizi pubblicati nel marketplace Canonity.

    Analisi CV e job posting

    Un creator costruisce un workflow che:

    • analizza un annuncio di lavoro
    • analizza il curriculum del candidato
    • identifica competenze rilevanti
    • genera una lettera di presentazione personalizzata

    L’utente carica CV e job posting, Canonity restituisce la lettera pronta e il creator guadagna ogni volta che il workflow viene eseguito.

    Analisi del naming di una startup

    Un altro workflow potrebbe:

    • analizzare il nome della startup
    • confrontarlo con missione, prodotto e mercato
    • valutare coerenza e memorabilità
    • proporre alternative di naming più efficaci

    L’utente non compra un prompt, ma l’analisi prodotta dall’esecuzione del workflow.I

    La nascita di una execution economy

    Molti marketplace AI oggi vendono:

    • prompt
    • template
    • librerie di istruzioni

    Canonity propone qualcosa di diverso: una execution economy.

    Un luogo dove le persone pubblicano soluzioni AI
    e vengono pagate per ogni utilizzo reale.

    Perché ascoltare Sequoia

    Quando Sequoia Capital parla di nuove categorie tecnologiche, vale sempre la pena ascoltare. Nel loro portfolio ci sono aziende come:

    • Apple
    • Google
    • Airbnb
    • WhatsApp
    • NVIDIA

    E quando descrivono un cambiamento strutturale del mercato, vanno ascoltati perché spesso stanno anticipando ciò che accadrà nel prossimo decennio.

    Se i servizi sono il nuovo software

    Se davvero i servizi saranno il nuovo software, allora servirà un luogo dove questi servizi AI possano:

    • nascere
    • essere distribuiti
    • essere utilizzati
    • essere monetizzati

    Canonity prova a costruire esattamente questo: un posto dove chiunque può trasformare un’idea, un prompt o un workflow in un servizio AI eseguibile.

    Perché il vero valore non è nel prompt, ma nell’esecuzione.

  • Canonity e u-prompt: trasformare un’idea in un’app e monetizzarla.

    Canonity e u-prompt: trasformare un’idea in un’app e monetizzarla.

    Voglio prendermi un momento per raccontarvi cosa stiamo costruendo, partendo da un esempio concreto che mi è capitato proprio oggi.

    Tutto ha inizio quando un amico decide di imbarcarsi in una nuova avventura: un nuovo progetto per un nuovo prodotto. Come spesso accade a chi ha tra le mani un MVP (Minimum Viable Product), la prima cosa che ha fatto è stata battezzarlo con un nome che riteneva evocativo.

    Tuttavia, la mia esperienza mi suggeriva che quella scelta non fosse quella giusta per il suo target e invece di dargli un semplice parere soggettivo, ho deciso di creare un workflow di prompt che aiutasse chiunque a capire se il nome scelto per il proprio business sia davvero quello corretto.

    L’esperimento: 11 prompt e 5 modelli

    L’idea è semplice: tu mi dici cosa fa il prodotto e come vuoi chiamarlo; io ti restituisco un’analisi approfondita di costi e benefici, fornendoti anche una “storia” da raccontare quando ti chiederanno il perché di quel nome.

    Per realizzare questa analisi, ho aperto Canonity, il nostro editor grafico di step-prompt e ho strutturato il lavoro in tre passaggi fondamentali:

    1. Limitare le allucinazioni: Se chiedi troppe cose insieme a un’IA, tende a inventare ciò che non capisce, quindi ho diviso il processo di analisi in più step per aumentare drasticamente la precisione.
    2. Il potere del confronto: Ho replicato i passaggi di analisi sfruttando la capacità di modelli diversi per avere più punti di vista. Ho sottoposto la prima analisi a Grok, la successiva a Claude e poi anche a Gemini.
    3. Sintesi e Revisione: Infine, ho usato ChatGPT per riepilogare il tutto e DeepSeek per analizzare i pareri dei vari modelli e generare un riassunto finale.

    In totale, l’analisi di un singolo nome è stata suddivisa in 11 prompt eseguiti da 5 modelli diversi che hanno collaborato tra loro.

    Ho stampato il PDF dopo averlo eseguito e l’ho inviato al mio amico che… ha validato l’utilità di questo prompt.

    (Il sistema non si è limitato a dire se il nome fosse corretto, le tre cancellazioni in rosso erano tre esempi di nome alternativo più corretto, in relazione a ciò che quel prodotto fa) Del chè il messaggio del mio amico:

    La prova del nove (anzi del 4,99)

    La sua risposta è stata la migliore validazione possibile: non solo ha trovato l’analisi incredibilmente centrata — evidenziando aspetti critici come il costo del dominio o l’efficacia psicologica del nome — ma alla mia domanda provocatoria “Saresti stato disposto a pagare 4,99€ per questo?”, la risposta è stata un secco: “Ceeerto!”

    Cosa sono, quindi, Canonity e u-prompt?

    In poche parole:

    • Con Canonity ho realizzato l’applicazione (il workflow logico di analisi).
    • Attraverso u-prompt, ho messo in vendita l’esecuzione di quel workflow al prezzo di 4,99€.

    E questo è solo uno dei workflow –> app. Il sistema ne gestirà centinaia, migliaia, ogni utente ne potrà avere quante ne vuole… Saranno di sua proprietà e non dovrà mai vendere il prompt, solo l’esecuzione.

    Per esempio il nostro CEO, Stefano, sta già usando Canonity per disegnare un sistema che analizza i CV in relazione ai Job Post. L’app analizzerà l’annuncio, valuterà il tuo profilo/CV, ti suggerirà cosa enfatizzare e produrrà una lettera di presentazione adattata e su misura.

    Una volta pronta, la metteremo in vendita su u-prompt a 2,99€.

    Cosa ti serve per creare il tuo primo step prompt?

    Serve conoscenza tecnica dello strumento? Si, c’è un tutorial che in 7 passi (5/6 minuti) ti spiega come funziona

    Quale altra conoscenza tecnica serve? Nessuna, se hai scritto il prompt, premendo PLAY lo esegui e ottieni il risultato.

    FINE.


    Se vuoi capire come trasformare la tua competenza in un’app IA, o se hai domande su come funzionano i nostri strumenti, scrivici a hey [chiocciola] u-prompt.com.

    Il futuro è collaborativo

  • Il grande democratizzatore

    Il grande democratizzatore

    Opus 4.6, un meetup a Milano, e cosa c’entrano Camillo e Adriano Olivetti con l’IA

    Ieri sera ero al Claude Code meetup di Milano. Cinque speaker, cinque soluzioni da mostrare. Il primo sale sul palco, lancia la sua demo e… niente. Opus 4.5 risulta legacy. Il modello su cui aveva costruito tutto era già stato sostituito — durante l’aperitivo. Il secondo non ha nemmeno potuto presentare: la sua soluzione di sicurezza? Opus 4.6 la implementava già nativamente.

    Due presentazioni su cinque, obsolete nel tempo di un prosecco.

    Questo è il ritmo. Ma non è del ritmo che voglio parlare oggi.


    Perché tra quelle cinque presentazioni ce n’erano due che mi hanno colpito più del cambio di modello. E mi hanno fatto pensare a qualcosa di molto più grande.


    Il primo era un fotografo. Non un tecnico, non un ingegnere del software, non uno che ha mai scritto una riga di codice in vita sua. Un fotografo che in tre mesi e mezzo ha costruito un’applicazione per creare presentazioni alla velocità della luce. Funzionante. Bella. Che fa quasi tutto quello che fa Gamma — un prodotto su cui lavorano probabilmente decine di ingegneri a tempo pieno.

    Il secondo era un avvocato. Stesso schema: nessuna formazione tecnica. Ha preso decenni di esperienza nella revisione dei contratti e li ha trasformati in un’applicazione capace di riscrivere clausole prolisse, spiegando paragrafo per paragrafo il perché di ogni scelta di revisione. Non un riassunto generico, una revisione ragionata, con la competenza di chi quei contratti li mastica da vent’anni.

    Nessuno dei due sa programmare.

    Entrambi hanno costruito qualcosa che funziona.


    Qui si apre il punto che mi interessa davvero.


    Perché non hanno fatto vibe coding. Il vibe coding è quella cosa per cui apri una chat, scrivi “fammi un’app che fa X”, e speri che il risultato sia decente. A volte lo è. Spesso no. E quando non lo è, non sai perché e non sai come aggiustarlo.

    Questi due hanno fatto qualcosa di diverso. Hanno seguito il metodo: architettura, obiettivi, percorso.

    Il fotografo non ha detto “fammi un’app per le presentazioni”. Ha pensato a cosa gli serviva, ha progettato la struttura, ha definito il flusso. Poi ha usato l’AI come strumento per realizzare quello che aveva in testa. L’avvocato non ha detto “riscrivi questo contratto”. Ha codificato decenni di know-how in regole, logiche, criteri di valutazione. Poi ha chiesto all’AI di eseguire quel processo.

    La differenza tra vibe coding e il metodo è la stessa differenza che c’è tra chiedere a un muratore di “farmi una casa bella” e dargli un progetto architettonico.

    Il risultato si vede.


    L’AI è il grande democratizzatore.


    Non perché abbassa il livello, ma perché rimuove la barriera tra chi ha le competenze e chi ha anche gli strumenti per esprimerle.

    Il fotografo sapeva esattamente come doveva funzionare un sistema di presentazioni rapide. Lo sapeva meglio di qualsiasi team di ingegneri, perché lo viveva tutti i giorni. Quello che non sapeva era tradurre quella conoscenza in codice.

    L’avvocato sapeva esattamente cosa rende un contratto prolisso e cosa lo rende chiaro. Lo sapeva meglio di qualsiasi algoritmo, perché ci ha passato la carriera. Quello che gli mancava era il mezzo tecnico per trasformare quell’esperienza in un prodotto.

    Fino a ieri, queste persone avevano due opzioni: pagare qualcuno per costruire la loro idea (con tutti i problemi di traduzione che ne conseguono) o rinunciarci.

    Oggi ne hanno una terza: costruirla loro stessi.

    Non perché “tutti possono programmare” — questa è la retorica vuota. Ma perché chi ha una competenza reale, una visione chiara e la disciplina di pensare in modo strutturato, oggi può realizzarla. L’AI elimina la barriera sintattica, non quella intellettuale. E la barriera intellettuale è l’unica che conta davvero.


    A questo punto devo fare una confessione.

    Io sono un tecnico. Scrivo codice da quando avevo un Toshiba al plasma e il QBASIC era il linguaggio dei sogni. Ho certificazioni Microsoft degli anni ’90. Gestisco cluster Proxmox distribuiti su datacenter europei. So cosa vuol dire debuggare un segfault alle tre di notte.

    Ma sono anche un imprenditore. E come imprenditore, il mio idolo non è Steve Jobs, non è Elon Musk, non è nessuno della Silicon Valley.

    Il mio idolo è Camillo Olivetti.

    Un ingegnere di Ivrea che nel 1893 andò a Chicago con il suo maestro Galileo Ferraris, visitò i laboratori di Edison, e tornò in Italia con un’idea che oggi suona rivoluzionaria quanto allora: il compito di un’azienda non è sfruttare le capacità delle persone, ma elevarle.

    Camillo fondò la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere nel 1908. Venti dipendenti, un capannone a Ivrea. Sì, la macchina per scrivere fu una democratizzazione — della parola scritta, dell’accesso alla comunicazione formale. Ma non era quello il punto. Il punto era la visione che c’era dietro la fabbrica.

    Camillo non vedeva i suoi operai come manodopera da ottimizzare ma come persone da far crescere. Riuniva i dipendenti nel cortile della fabbrica, saliva su una cassetta — come ai tempi dei comizi socialisti — e spiegava i problemi dell’azienda. Non delegava, non nascondeva: condivideva la conoscenza. Voleva che capissero il perché delle decisioni, non solo il cosa dovevano fare.

    Quando la crisi economica colpì, propose di ridurre l’orario per tutti piuttosto che licenziare qualcuno. I dipendenti risposero proponendo di lavorare a tempo pieno, con la promessa di recuperare il salario mancante a crisi finita. Questo non succede in un’azienda che sfrutta. Succede in un’azienda che ha investito nella consapevolezza delle proprie persone.

    Il figlio Adriano portò questa visione ancora più avanti, fino a farne un modello industriale unico al mondo. Ma il seme era di Camillo: l’impresa come strumento di elevazione, non di estrazione. Costruire qualcosa che funziona, che serve a chi lo usa, e che rende migliore chi ci lavora.


    Ecco perché l’uscita di Opus 4.6 mi interessa e non mi interessa allo stesso tempo.


    Mi interessa perché è il modello più capace mai rilasciato. Context window da un milione di token, adaptive thinking, agent teams, i punteggi più alti mai raggiunti nel coding agentico. Il fatto che Scott White di Anthropic dica che ormai usano Claude Code non solo gli sviluppatori ma anche product manager, analisti finanziari, professionisti di ogni tipo — è esattamente il segnale.

    Non mi interessa perché il modello, da solo, non cambia nulla. Quello che cambia è cosa le persone ci fanno.

    Un fotografo che costruisce un’alternativa a Gamma. Un avvocato che trasforma vent’anni di esperienza in un prodotto. Questa è la rivoluzione. Non il benchmark, non il punteggio su Terminal-Bench, non i milioni di token di contesto.

    La rivoluzione è che la competenza di dominio — quella vera, quella che si accumula in anni di lavoro — oggi ha finalmente uno strumento per esprimersi senza intermediari.

    Camillo Olivetti non diede ai suoi dipendenti solo una fabbrica in cui lavorare. Diede loro la comprensione di cosa stavano costruendo e perché. Li rese partecipi, non esecutori. E così facendo, elevò le loro capacità ben oltre quello che un contratto di lavoro avrebbe richiesto.

    L’AI sta facendo la stessa cosa, su scala globale. Non sta dando a tutti la possibilità di programmare — questa è la retorica vuota. Sta dando a chi ha una competenza reale la possibilità di esprimerla completamente, senza che la barriera tecnica la comprima, la traduca male, o la fermi del tutto.

    La macchina per scrivere non ha reso tutti scrittori. Ha reso possibile scrivere a chi aveva qualcosa da scrivere. L’AI non renderà tutti sviluppatori. Renderà possibile sviluppare a chi ha qualcosa da sviluppare.

    Il fotografo aveva qualcosa. L’avvocato aveva qualcosa. E avevano il metodo: sapere cosa costruire, progettare come costruirlo, e usare lo strumento per farlo.


    Architettura. Obiettivi. Percorso. Strumento. Capacità.


    Il resto è rumore.

    P.S. quelli in foto dovrebbero essere Camillo e suo figlio Adriano Olivetti… Ma l’AI ha dei limiti che non gli hanno permesso di generare la foto con i volti giusti… sicchè usa un po’ di immaginazione, grazie 🙂

  • Da umarell a direttore d’orchestra

    Da umarell a direttore d’orchestra

    Canonity, u-prompt e la maturazione dell’AI come strumento

    Negli ultimi mesi ho osservato con crescente fastidio un equivoco diffondersi nel mondo dell’AI: l’idea che l’automazione coincida con il “lasciare fare tutto alla macchina”.
    È un equivoco pericoloso, perché confonde la delega con l’abdicazione e l’efficienza con l’imprevedibilità.

    Siamo umani.
    E quando lavoriamo — davvero — abbiamo bisogno di certezza del risultato, non dei capricci di un modello che oggi risponde bene e domani no.

    Gran parte dell’AI attuale, invece, è usata in modalità umarell: si apre una chat, si scrive un prompt, si osserva la risposta, la si corregge, la si rilancia. È un’iterazione continua, sincrona, fragile. Interessante, ma strutturalmente immatura.

    Ivan Zhao, fondatore di Notion, ha messo un punto fermo su questo tema in un post che considero fondamentale e che vale la pena citare direttamente:
    https://x.com/ivanhzhao/status/2003192654545539400

    Il concetto è semplice quanto definitivo: se stai guardando l’AI mentre lavora, non stai automatizzando nulla. Nessuno osserva una fabbrica mentre produce. Si progetta il processo, si avvia, si torna dopo.


    Il valore sta nel processo, non nella conversazione.


    Questa osservazione è la chiave per capire Canonity e u-prompt, e soprattutto perché sono due strumenti diversi che risolvono due problemi diversi.

    Canonity nasce come editor di prompt multi-modello LLM, ma sarebbe un errore fermarsi a questa definizione. Canonity non serve a “provare modelli a caso” né a demandare a una macchina la scelta del modello migliore (come fanno sistemi alla Perplexity).
    In Canonity la scelta del modello è umana. Sempre.

    Questo non è un limite. È una presa di posizione.

    Chi lavora sa che modelli diversi producono risultati diversi, con stili diversi, affidabilità diverse, bias diversi. Affidare questa scelta a un algoritmo significa accettare una variabilità che, nei contesti di lavoro reali, non è accettabile.

    Canonity parte da un presupposto semplice: l’umano è responsabile del risultato finale, quindi l’umano deve scegliere con quale cervello artificiale lavorare.

    Canonity è lo spazio in cui costruisci il tuo prompt automatico, lo testi, lo migliori, lo rendi stabile. È uno strumento personale, quasi intimo. Serve a te, per risolvere un problema tuo.

    Qui l’AI non è un giocattolo né un oracolo, ma un componente tecnico da configurare con attenzione.

    Quando quel prompt funziona e il risultato è affidabile, ripetibile, coerente, succede qualcosa di interessante: ti rendi conto che quel risultato non serve solo a te.

    Ed è qui che entra in gioco u-prompt.

    u-prompt non è un repository di prompt e non nasce per vendere “testi magici”. Nasce da un’idea molto più concreta: non vendere il prompt, vendi il risultato.

    Chi arriva su u-prompt non compra istruzioni, compra un output. Esattamente come in un juke-box: non compri il disco, ascolti la canzone.

    Questa distinzione è cruciale.

    Un prompt richiede competenza, contesto, manutenzione. Un risultato no. Un risultato risponde a un bisogno diretto e abbassa enormemente la soglia di accesso. Meno richiesta cognitiva significa molti più utenti potenziali.

    Canonity e u-prompt, insieme, separano in modo netto due momenti che fino a oggi erano confusi: la fase di costruzione e la fase di consumo.


    Canonity è per chi costruisce.
    u-prompt è per chi usa.


    Nel primo caso sei ancora “in cantiere”, stai progettando, testando, raffinando. Nel secondo, il cantiere non si vede più. Il lavoro è fatto. Il processo gira. L’utente non osserva nulla, ottiene solo il risultato.

    È esattamente il passaggio descritto da Ivan Zhao: dall’AI osservata all’AI che lavora mentre tu fai altro.
    Non perché “la macchina è più brava”, ma perché il processo è stato progettato bene.

    Qui avviene il salto da umarell a direttore.
    L’umarell guarda, commenta, corregge, il direttore non suona ogni strumento, ma decide chi suona cosa, quando e come.

    Canonity ti mette in mano la bacchetta. u-prompt apre il teatro al pubblico.

    Non c’è alcuna retorica futuristica in tutto questo, è una questione di maturità degli strumenti.

    Finché l’AI resta una chat da sorvegliare, non entrerà mai davvero nei processi produttivi. Finita la fase umarell adesso deve diventare un sistema che produce output affidabili, ripetibili e vendibili, allora sì che sarà uno strumento.

    Alla fine di gennaio 26 partirà la startup e una parte significativa dei prodotti sarà già utilizzabile. Non una promessa, ma strumenti concreti, pensati per chi lavora davvero e non ha tempo di fare l’umarell davanti allo schermo.

  • Quando l’AI smette di indovinare e inizia a certificare

    Quando l’AI smette di indovinare e inizia a certificare

    Conosci Perplexity (perplexity.ai)? Se la risposta è no, allora dovresti.

    Perplexity è brillante!

    Se lo usi per lavoro, la scena è questa: fai una domanda, in pochi secondi arriva una risposta fluida, ben scritta, piena di riferimenti. Ed é tutto perfetto…

    Perplexity, rispetto ai soliti chatbot, ha una marcia in più: orchestra più LLM, sceglie (o prova a scegliere) il modello più adatto, collega fonti diverse.

    È un ottimo laboratorio di idee. Ma è un laboratorio senza registro di laboratorio: non sai quali modelli ha usato, in che ordine, con quali criteri. E soprattutto non hai un modo semplice per rifare lo stesso percorso tra un mese, o farlo rifare a un collega, ed ottenere un risultato costante e ripetibile.

    Allo scoccare del quarto anno di GenAi, la domanda oggi è: “quanto costa il fatto di non poter certificare il processo che ha portato a quella risposta?”.


    Perplessità e canonicità: due facce della stessa storia

    La scienza vive da sempre su una tensione fra due poli.

    Da una parte c’è la perplessità: il dubbio, le ipotesi, la curiosità che apre piste nuove. È la fase in cui Perplexity è fortissimo: ti mostra fonti diverse, prospettive in conflitto, ti fa vedere che “forse qui qualcosa non torna”.

    Dall’altra c’è la canonicità: quello che diventa metodo, protocollo, standard. Non è la verità assoluta, ma un “con questo protocollo, su questi dati, arriviamo a questa conclusione, con questo grado di confidenza. Sempre”.

    In questo schema, Perplexity è il motore della domanda. Manca però il motore del metodo.

    Se sei un professionista non puoi chiedere ad un unico modello di “fare tutto”, ma hai la necessità di costruire una piccola squadra di modelli, ognuno con un ruolo preciso, legati da un flusso che puoi spiegare e rifare.


    Non sono il solo a sostenerlo, qualche tempo fa Andrej Karpathy ha scritto che il futuro non è il prompt engineering, ma la context engineering: riempire la finestra di contesto con le informazioni giuste, nello step giusto, per il modello giusto.

    Karpathy, la “context engineering” e il terzo pilastro

    Le applicazioni serie di LLM, dice, non sono “un’interfaccia carina sopra un modello”, ma software veri, con flussi di controllo, chiamate orchestrate, memoria, strumenti, verifiche.

    È esattamente quello che ho chiamato pipeline prompting nel mio manifesto:
    – prima la scomposizione in step;
    – poi la specializzazione dei modelli per compito;
    – infine il filo di continuità, cioè come il contesto passa da uno step all’altro.


    Canonity: dai prompt ai protocolli

    Quale nome dare all’editor dove prende forma il pipeline prompting?.

    Canonity.

    Non è il posto dove “parli con l’AI”: è il posto dove decidi come le AI devono lavorare fra loro su un problema reale.

    Canonity nasce esattamente qui: non come “un altro chatbot”, ma come editor visivo di step-prompt.

    Invece di un mega-prompt che speri venga interpretato bene, costruisci un workflow:

    • uno step scompone la domanda in sotto-problemi;
    • un altro cerca, ma restituisce solo metadati strutturati (DOI, anno, tipo di studio…);
    • un terzo valuta la qualità degli studi e segnala bias;
    • un quarto sintetizza, usando solo le fonti che superano una certa soglia;
    • alla fine ci sei tu, che controlli, correggi, approvi.

    Ogni passaggio è esplicito, ogni modello fa il pezzo di lavoro per cui è più adatto, il flusso ha un ID, una versione, una storia.

    Non stai più “giocando al prompt perfetto”: stai scrivendo un protocollo che altri possono usare, criticare, migliorare e4 che da risultati ripetibili ad ogni esecuzione.


    Perché “Canonity” richiama “Perplexity”, ma fa un mestiere diverso

    Il gioco di nomi è ovvio.

    Perplexity richiama la perplessità, il dubbio fertile, l’esplorazione. È perfetto quando vuoi generare idee, esplorare lo spazio di possibilità, farti sorprendere.

    Canonity richiama il canone: ciò che diventa riferimento, metodo, standard. Entra in gioco quando devi dire: “Questo è il modo in cui abbiamo affrontato il problema; questi sono gli step, i modelli, le fonti escluse e perché”.

    Se fai ricerca, se lavori in sanità, in ambito legale, in policy pubblica, non ti basta “me l’ha detto l’AI”. Hai bisogno di una catena di custodia dell’informazione. È questo il passaggio: dall’AI-oracolo all’AI-strumento scientifico.

    Adottare uno strumento come Canonity significa cambiare ruolo: da utente di AI a orchestratore di AI, da prompter a tenmpo perso a professionista: non vendi più “prompt” o “ore di chat”, ma processi: come definisci il problema, come scomponi il lavoro, quali modelli usi, quali controlli applichi.


    E adesso?

    Canonity è in sviluppo attivo e lo stiamo testando con chi ha questo problema molto concreto: non gli basta più una risposta brillante, vuole un metodo che possa difendere davanti a un revisore, un cliente, un comitato etico.

    Se sei uno dei 22 milioni di utilizzatori (o meglio uno degli 8 milioni di utilizzatori a pagamento) di Perplexity e senti che ti manca il “registro di laboratorio”, tieni d’occhio quello che succede intorno a Canonity e al pipeline prompting.

    Perché la partita, ormai, non è più “chi ha il modello più intelligente”, ma chi ha il processo più trasparente e ripetibile.

  • Perché con l’IA in Medicina stiamo sbagliando bersaglio

    Perché con l’IA in Medicina stiamo sbagliando bersaglio

    Una recente ricerca di Anthropic ha rivelato un fatto che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di intelligenza artificiale: bastano 250 documenti “avvelenati” – una frazione infinitesimale, lo 0,00016% di un dataset – per sabotare il comportamento di un grande modello linguistico.

    Questo fenomeno, il cui nome è data poisoning, dimostra una verità matematica spietata: la qualità di un’IA è intrinsecamente legata all’integrità dei dati su cui si allena. Basta una quantità minuscola di dati sbagliati per corrompere il tutto.

    Ora, facciamo un salto dalla sicurezza informatica alla salute pubblica.

    Se l’introduzione di una manciata di dati tossici può essere così devastante, immaginate l’effetto catastrofico dell’assenza totale di una massa enorme di dati veri e puliti.

    È esattamente quello che sta succedendo oggi all’IA in medicina.

    Il “Data Poisoning” Invisibile della Sanità

    Mentre Anthropic testava quanto sia facile avvelenare un dataset, il nostro sistema sanitario sta inconsapevolmente commettendo un errore opposto ma altrettanto pericoloso: sta morendo di fame.

    Gli algoritmi che promettono di rivoluzionare la diagnostica sono addestrati quasi esclusivamente sui dati digitali dei grandi ospedali. Ma questo rappresenta solo una parte della storia clinica.

    Dov’è il restante 20-30%?
    È quel paziente dimesso dall’ospedale con una diagnosi incompleta che trova la soluzione in un ambulatorio territoriale. È quella diagnosi corretta, arrivata dopo settimane di esami mirati, che svanisce nel mare della carta di uno studio non digitalizzato.

    Questo non è un semplice buco, è un’avvelenamento per assenza.
    Stiamo costruendo un’IA “zoppa”, addestrata su una realtà clinica mutilata. Se bastano 250 documenti corrotti per deviare un modello, l’assenza di milioni di diagnosi corrette dal territorio rende l’IA medica intrinsecamente inaffidabile e pericolosamente parziale.

    La soluzione è curare la fonte o il sintomo?

    Il problema non è la tecnologia IA ma la catena di approvvigionamento dei dati.

    Le piccole strutture sanitarie – il cuore pulsante della cura sul territorio – non sono digitalizzate a causa di costi proibitivi, complessità normative e mancanza di tempo.

    La startup Medigenium ha creato MeRis per risolvere questo problema alla radice.

    Quanto costa l’antidoto al “data poisoning” strutturale dell’IA medica? ZERO.
    Anzi regala tra 10 e 20 mila auro agli ambulatori che la scelgono.

    MeRis è un dispositivo che, fornito in comodato d’uso gratuito, si collega agli strumenti medici esistenti e genera dataset completi e puliti, l’antidoto al “data poisoning” strutturale dell’IA medica.

    Non stiamo lottando contro un’IA che sbaglia. Stiamo lottando per dare all’IA tutti i dati di cui ha bisogno per non sbagliare.

    La lezione di Anthropic è chiara: l’integrità del dato è tutto. La nostra missione è garantire che l’IA in medicina sia nutrita con il 100% della verità clinica, non solo con la parte comodamente digitale.

    Perché ogni paziente curato in un ambulatorio periferico ha il diritto di contribuire al progresso della medicina, e di beneficiarne.

  • Verso l’approccio AGNOSTICO

    Verso l’approccio AGNOSTICO

    Negli ultimi giorni Microsoft ha annunciato che non si affiderà più a un unico modello di intelligenza artificiale (OpenAI), ma integrerà anche Anthropic, aprendo la strada a un futuro multi-modello.
    Nell’articolo, questa scelta viene descritta esplicitamente come un approccio “agnostico”: non vincolarsi a un solo modello, ma sfruttare di volta in volta quello più adatto.

    https://thereview.strangevc.com/p/microsofts-model-switch-why-ai-middleware

    Tra le motivazioni principali spiccano due aspetti:

    • Flessibilità: la possibilità di usare il modello giusto per il compito giusto.
    • Evoluzione naturale: entro 12 mesi ogni prodotto enterprise AI supporterà almeno due modelli.

    Quando ho letto queste parole, ho sorriso.

    Perché questa stessa intuizione io l’avevo già colta alla fine del 2024. Dopo tanti rimandi, a marzo, sfruttando l’occasione di una demo, ho deciso di mettere mano a una prima bozza del progetto.

    Il 26 giugno ho completato l’MVP, che ancora oggi recita:

    “u-prompt: Ciao. Questo MVP serve a dimostrare che u-prompt è un sistema chatbot-agentico alimentato dall’intelligenza artificiale –>e agnostico<–, nel senso che durante la tua chiacchierata puoi decidere di –>utilizzare agenti differenti<– per rispondere a singole domande ad esempio per sfruttarne –>le caratteristiche speciali<–.”

    Nei giorni successivi, confrontandomi con alcuni amici, abbiamo deciso di portare avanti il progetto e fissato la data del go-live: 15 settembre. Una scelta fatta mesi prima che Microsoft rendesse pubblica la sua svolta.

    Domani, 18 settembre, la startup viene presentata a Palermo ai cantieri culturali alla Zisa nell’ambito di un evento sull’AI.

    La differenza?

    Mentre Microsoft annuncia oggi di voler lavorare con due modelli, in u-prompt abbiamo già messo insieme, per la prima volta, cinque modelli diversi in un unico prompt.

    Questo percorso – dall’MVP al progetto online – dimostra che non viviamo di parole, ma di fatti. E soprattutto dimostra, prepotentemente, una capacità di anticipare il futuro e affrontare le sfide senza paura.

    Interessati? -> hey[at]u-prompt.com

    Early adopters? -> u-prompt.com

  • Silver Startupper: Quando l’esperienza fa davvero la differenza (anche nell’AI)

    Silver Startupper: Quando l’esperienza fa davvero la differenza (anche nell’AI)

    Siamo abituati a immaginare gli startupper come giovani ventenni, entusiasti e privi di timori, ma oggi dati e realtà ci dicono qualcosa di diverso: l’età media dei fondatori di startup di successo si aggira sui 45 anni.

    Per anni, il messaggio diffuso è stato chiaro: “l’innovazione appartiene ai giovani”. Ma basta guardarsi intorno per capire che la narrativa sta cambiando. Herbert Boyer fondò Genentech, poi valutata 47 miliardi di dollari, quando aveva 40 anni; David Duffield avviò Workday a 64 anni, creando un colosso oggi valutato oltre 43 miliardi. Persino nel settore dell’intelligenza artificiale si inizia a comprendere che l’esperienza non è un ostacolo, bensì un vantaggio competitivo.

    I fondatori senior portano al tavolo qualcosa di unico: l’esperienza accumulata negli anni, una profonda conoscenza del mercato e, soprattutto, una gestione matura del fallimento. Dopo aver già sperimentato le insidie del mercato e vissuto sulla propria pelle almeno un insuccesso, chi supera una certa età affronta le nuove sfide con una consapevolezza diversa. Sa cosa evitare, quali rischi correre e soprattutto come affrontare i momenti difficili.

    Questa maturità si riflette direttamente anche nella gestione finanziaria: gli imprenditori senior hanno esperienza, sono più cauti con i capitali e dispongono di reti di contatti consolidate, aspetti cruciali per una startup che vuole crescere rapidamente.

    Eppure, nonostante questi vantaggi evidenti, in Italia persiste una sorta di discriminazione anagrafica. Le istituzioni puntano quasi esclusivamente sui giovani under 40 e sulle donne, ignorando completamente l’enorme potenziale dell’esperienza che possono apportare gli imprenditori maturi. Oggi, infatti, non esiste praticamente nessun incentivo pubblico italiano specificamente rivolto agli imprenditori che superano i 55 anni, mentre per donne e giovani sotto i 35 anni sono stati stanziati centinaia di milioni di euro tramite il PNRR.

    Personalmente, ho sperimentato quanto possa essere frustrante cercare risorse per avviare progetti innovativi nel nostro paese in generale e specialmente superati certi limiti di età, tuttavia, questa esperienza mi ha spinto ancora di più verso l’innovazione, portandomi a creare u-prompt, una piattaforma destinata a democratizzare l’accesso corretto e professionale all’intelligenza artificiale, la prima del suo genere in Italia e probabilmente in Europa.

    u-prompt ha già un chatbot multicanale che fa risparmiare almeno 40€ al mese ai professionisti, ma presenterà un agente-chatbot innovativo capace di replicare tutte le funzionalità avanzate dei principali strumenti AI presenti oggi sul mercato, ad una frazione del costo attuale. Questo consentirà ai professionisti del settore di risparmiare da un minimo di 100€ fino a 800€ al mese, mentre gli appassionati e gli hobbisti potranno finalmente accedere a tecnologie AI finora economicamente fuori dalla loro portata.

    L’MVP di questo agente-chatbot è già disponibile per chi vorrebbe investire nella start-up.

    Un tasso di successo del 70%
    Tra gli oltre 1,5 milioni di imprenditori nel mondo, quelli sopra i 50 anni hanno maggiori probabilità di avere successo rispetto alle controparti più giovani. Oggi negli Stati Uniti un’impresa su tre è avviata da qualcuno di 50 o più anni. Ma c’è di più. Se solo il 28% delle start up create dai giovani durano più di tre anni, per quelle accese da over 60 il tasso di successo è del 70 per cento. È quanto mette nero su bianco il rapporto “The Longevity Economy” realizzato dall’Aarp and Oxford Economics. «Poter fisicamente e psicologicamente lavorare significa anzitutto riconoscere il proprio contributo alla società di cui si è parte, poter produrre reddito, non gravare sulle pensioni e quindi sui giovani per dover finanziare i più vecchi. Significa anche avere capacità di spesa, permettere all’economia di rimanere in un ciclo attivo», precisa Palmarini, che prospetta un futuro ancora più determinato dalla generazione silver.

    Come correttamente riportato nell’articolo su Sole24Ore e non mi sento affatto escluso dalla corsa all’innovazione per via della mia età, al contrario, sono convinto che proprio l’esperienza maturata negli anni possa fare la differenza nella capacità di leggere il mercato, anticipare i bisogni degli utenti e costruire soluzioni realmente efficaci.

    u-prompt è il risultato di questa convinzione, un progetto che mostra chiaramente come il valore dell’esperienza, del fallimento e della resilienza possa tradursi in innovazioni concrete e di successo, sfidando ogni pregiudizio anagrafico.

  • Creare, non seguire – Lezioni dal mio percorso imprenditoriale

    Creare, non seguire – Lezioni dal mio percorso imprenditoriale

    L’innovazione parte da dentro, non dalla moda del momento

    Spesso si pensa che fare impresa significhi inseguire trend o replicare quello che “va di moda”. Ma come sottolinea bene Alessandro Benetton, “Penso che inventare qualcosa di nuovo (non innovativo ma nuovo) sia veramente difficile”

    Da anni, quando penso o immagino ogni mio primo progetto, parto dalla consapevolezza non sta nell’agganciarmi alle tendenze mainstream, ma nel creare valore da zero: osservando bisogni reali, sperimentando strade mai battute, e restando fedele alla mia visione.

    Benetton lo ribadisce: imprenditore significa avere coraggio, indipendenza e discontinuità, dissentire e costruire percorsi non lineari e per me ha ragione.

    Il momento della mia svolta è arrivato quando ho deciso di non seguire gli altri, ma di provarci da solo, imparando strada facendo, anche sbagliando.

    Le cose più significative sono nate così: da una consapevolezza profonda, dall’ascolto di stimoli esterni, da una fusione tra audacia e metodo, con l’intento di risolvere un problema e trarne il massimo vantaggio per tutti, azienda e cliente:

    Teche Rai
    DocuBox
    Flussu
    Medigenium
    u-prompt

    Se sei un imprenditore o stai iniziando un progetto, il consiglio è semplice: non inseguire la moda, ma coltiva qualcosa di tuo. Coltiva la discontinuità, resta fedele alla tua visione, e costruisci valore.

    I veri risultati arrivano quando intrecci coraggio e metodo, anche se ti dicono che sei “troppo avanti”, come fanno con me, non cambiare, combatti le menti vecchie!