Categoria: Sicurezza

  • «Il bug è qui»

    «Il bug è qui»

    Architettura per chi non può permettersi due squadre

    C’è una frase che ogni sviluppatore ha pronunciato almeno una volta, di solito con la voce di chi vorrebbe già essere altrove: «il bug potrebbe essere nel modulo di import».

    Potrebbe. Tre giorni dopo era da un’altra parte.

    Quella frase non costa un bug, ma la ricerca del bug, che è tempo di sviluppo bruciato per tornare esattamente al punto di partenza. E il punto di partenza, per una startup, è l’unico posto in cui non ci si può permettere di tornare.

    Il software non è mai fermo

    Chi non fa questo mestiere immagina il software come un oggetto: lo compri, ce l’hai, è finito. Chi lo fa sa che esistono sempre almeno due versioni contemporaneamente, quella in produzione, ovvero quella che i clienti stanno usando e l’altra. Quella in sviluppo che concentra il maggior investimento e che dovrà diventare produzione in un mese.

    Quando il sistema si fa complesso, quelle due versioni smettono di essere due rami e diventano due squadre, una presidia il passato: tiene in piedi ciò che già funziona, ripara bug senza rompere niente e l’altra, il futuro.

    È un’organizzazione sensata… e spesso costo quasi il doppio.

    In una startup quelle due squadre sono le stesse persone che devono consegnare il mese prossimo, scrivendo le funzioni nuove e che rispondono quando qualcosa si rompe in produzione (e che, in mezzo, dovrebbe anche dormire). Non hanno una riserva di giorni da bruciare ma i giorni che il conto in banca concede.

    Da qui nasce una conclusione che a me pare poco discutibile: se non puoi comprare il tempo, devi progettarlo.

    Cosa cambia davvero dall’MVP all’applicazione

    Il passaggio da MVP ad applicazione vera viene raccontato quasi sempre come una questione di funzioni. Ne aggiungi, ne raffini, togli le cose finte. Ma non è il punto.

    Un MVP è ottimizzato per dimostrare. Deve arrivare fino alla fine della demo. Se dentro è tenuto insieme con lo spago, pazienza: nessuno guarda dentro, e in quel momento è la scelta giusta, perché il rischio da abbattere è «serve a qualcuno?», non «regge diecimila utenti?».

    Un’applicazione vera deve ottimizzata per essere riparata. Ha smesso di essere una dimostrazione ed è diventata una cosa che sta in piedi mentre voi fate altro… e prima o poi si romperà (succede sempre) e in quel momento la domanda che conta non è se accadrà, ma quanto tempo vi costerà scoprire dove.

    La differenza tra le due frasi è tutta lì. «Il bug potrebbe essere lì» vi manda a cercare, ma «il bug deve essere qui» vi manda a riparare. La prima costa giorni, la seconda mezz’ora e la differenza si conta contemporaneamente in tempo e in danaro.

    Quattro scelte che restituiscono giorni

    Non sono scelte esotiche, sono noiose, questo è il motivo per cui vengono rimandate: non aggiungono niente sullo schermo, quindi non entrano mai nella riunione in cui si decide cosa fare questa settimana.

    Separare i pezzi per davvero. In Canonity il backend, il frontend e il dispatcher e il documentatore sono quattro servizi distinti, con confini dichiarati. Non è eleganza accademica, ma quando qualcosa non torna, lo spazio in cui cercare si riduce di tre quarti prima ancora di aprire un file. Un monolite non ha un dentro e un fuori, quindi ogni problema è potenzialmente ovunque, diversi micro-servizi (ma anche macro-servizi) con un confine definito hanno un errore che quando attraversa il confine diventa evidente.

    Mettere per iscritto il contratto, e versionarlo. Fra due componenti che si parlano c’è sempre un accordo su chi manda cosa e cosa si aspetta indietro. La domanda è se quell’accordo esiste solo nella testa di chi lo ha scritto o esiste come documento, con un numero di versione e una consegna verificata. La differenza si manifesta un attimo dopo il guasto: se il contratto è scritto, si confronta il comportamento osservato con il contratto e la discussione dura al massimo dieci minuti. Se non lo è, si confrontano due ricordi. Che non è mai un buon criterio diagnostico.

    Fermarsi dove non si sa. Un sistema può reagire a una condizione che non riconosce in due modi: si blocca, oppure tira dritto immaginando un valore ragionevole. Il secondo modo è più gentile con l’utente oggi e crudele con voi fra due settimane, perché l’errore non scompare, si sposta per riemergere lontano dalla sua causa.

    Dare un nome agli esiti. Sembra burocrazia e invece è metà del lavoro diagnostico. «Non funziona» è una categoria che contiene almeno tre cose diverse: è rotto, non c’è ancora, oppure l’ambiente in cui l’avete provato non era quello giusto. Sono tre problemi con tre destinatari e tre tempi di risposta diversi, e tenerli separati fin dal momento in cui si annotano evita la mezza giornata più frustrante che esista: quella passata a riparare qualcosa che non era rotto.

    La parte di cui nessuno farà uno screenshot

    Nessuna di queste quattro cose si vede. Non c’è una schermata da mostrare, non c’è un titolo che le renda interessanti a chi non deve manutenerle. Un investitore vi chiederà le metriche. Un utente vi chiederà le funzioni. Nessuno dei due vi chiederà mai quanto ci mettete a trovare un bug.

    Ed è esattamente lì che una startup finisce i soldi: non nel guasto, che è inevitabile e in fondo economico, ma nelle settimane spese a inseguirlo con una torcia in mano.

    Il software non è mai fermo, e non lo sarà nemmeno domani. Potete affrontarlo con due squadre, se ne avete i mezzi. Oppure con una sola e un’architettura che, quando succede, invece di stringersi nelle spalle vi risponde: è qui.

  • Il modello più sicuro di sempre, spento un venerdì pomeriggio

    Il modello più sicuro di sempre, spento un venerdì pomeriggio

    Cosa insegna davvero il caso Fable 5 a chi costruisce qualcosa sopra un’AI che non controlla.

    Venerdì 12 giugno, ore 17:21 sulla costa Est,Anthropic riceve una lettera. Poche ore dopo, chi stava lavorando con Claude Fable 5 — il modello pubblico più potente che l’azienda avesse mai messo in commercio — si trova davanti a un errore secco:

    «Claude Fable 5 is not available. Please use Opus 4.8.»

    Avevi un’auto sportiva? Eccoti l’elettrica da città, per decreto.

    La lettera arriva dal Dipartimento del Commercio americano. Secondo Axios l’ha inviata il segretario Howard Lutnick a Dario Amodei: export control, sicurezza nazionale, divieto di accesso a Fable 5 e Mythos 5 per qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti. Siccome separare in tempo reale gli stranieri dal resto degli utenti non si può, Anthropic fa l’unica cosa possibile per essere in regola: stacca tutto, per tutti, in tutto il mondo. Gli altri modelli restano accesi.

    Fin qui la cronaca. Poi arriva il comunicato di Anthropic, ed è lì che le cose si fanno interessanti.

    Nel giro di poche righe l’azienda ci spiega che le protezioni di Fable sono «sostanzialmente più efficaci di qualsiasi modello mai rilasciato prima», testate per migliaia di ore insieme allo stesso governo americano e all’istituto britannico per la sicurezza dell’AI. E, nello stesso comunicato, ci dice che quel governo le ha ritenute abbastanza pericolose da spegnere il modello a centinaia di milioni di persone in una sera.

    Delle due, una, o i safeguard non erano così solidi, o il processo che li ha fermati non guarda i numeri. “Tertium non datur” dicevano i latini. ma Anthropic vorrebbe che credessimo ad entrambe le cose, contemporaneamente.

    C’è poi la difesa tecnica, e qui il ragionamento si morde la coda: il jailbreak, dicono, è stretto e non universale. La stessa capacità la tiri fuori anche da GPT 5.5, che però sotto export control non ci finisce. Probabilmente è vero, ma «non siamo pericolosi noi, lo è tutto il settore» non assolve nessuno: conferma soltanto che l’industria intera mette in circolo capacità che i governi non sanno governare, e che il confine tra “modello sicuro” e “modello da sequestrare” lo traccia una lettera tra pezzi grossi, non un benchmark.

    Ma c’è il dettaglio che quasi nessuno sottolinea, Mythos, il modello che sta sopra Fable, nasce come strumento di ricerca sulla sicurezza: serve a trovare e chiudere falle. Stando alle cronache, Mozilla ne ha sistemate a centinaia proprio grazie a lui e la stessa identica capacità che ieri tappava i buchi, oggi è la ragione del divieto.

    Il dual-use non è un incidente: è la natura della cosa. Un coltello affetta il pane e affetta anche un dito. La novità è che adesso lo Stato te lo può sequestrare via email, un venerdì qualsiasi.

    Ultima sfumatura, sempre da Axios: a muovere il Dipartimento del Commercio sarebbe stata un’altra azienda, che avrebbe dichiarato di aver “bucato” Mythos. Se è andata così, abbiamo un precedente nuovo di zecca. Nella corsa all’AI non ci si sfida più solo a colpi di benchmark: ci si sfida a colpi di segnalazione. La concorrenza con la carta intestata del ministero.

    Ma la parte che dovrebbe interessare a chi costruisce qualcosa — un prodotto, un servizio, un’azienda — non è chi abbia ragione tra Anthropic e Washington. È un’altra, ed è semplice.

    A quanto pare è la prima volta che un’AI pubblica viene spenta per ordine di un governo, e la lezione non riguarda Anthropic: riguarda noi tutti se la nostra roba gira sopra un solo modello, di un solo fornitore, sotto una sola giurisdizione… che non è la nostra.

    Non conta quanto siamo bravi, quanto paghiamo, basta una lettera che non hai scritto e non puoi nemmeno leggere, e il tuo “modello più potente del mondo” diventa un 404. In tutto il pianeta e senza alcun preavviso.

    Con un cortese suggerimento di ripiego: usa Opus 4.8.

    Noi italiani questa storia la conosciamo a memoria, abbiamo costruito l’Elea e la Programma 101 quando gli altri ci stavano ancora pensando, e poi abbiamo deciso che il futuro si faceva altrove. Dipendere da una tecnologia che non controlli è una scelta che si paga sempre. Di solito la paghi piano. Stavolta è bastata una sera.

    Anthropic dice che è un malinteso e che sta lavorando per riaccendere tutto ed è sicuramente vero, probabilmente tornerà tutto come prima, ma il punto non è se Fable 5 si riaccende stasera o domani, il punto è che adesso sappiamo quanto è fragile il “per sempre” su cui in tanti hanno appoggiato la loro attività.

    Il modello più sicuro di sempre. Spento in un pomeriggio.

    Il piano B è Canonity.

  • Trecentomila volontari per farsi spiare dal browser

    Trecentomila volontari per farsi spiare dal browser

    Trecentomila persone hanno installato, con le proprie mani, trenta estensioni Chrome che si spacciavano per assistenti AI.

    Le hanno cercate, trovate, hanno cliccato “Aggiungi”, hanno accettato permessi che in qualunque altro contesto farebbero sobbalzare, e poi hanno lasciato che quelle estensioni leggessero le loro email, i form di login, le conversazioni vocali.

    Nessuno le ha costrette. Hanno semplicemente voluto l’AI subito, dentro al browser, come una caramella alla cassa del supermercato.

    La campagna si chiama AiFrame e l’ha scoperta LayerX. I nomi sono quelli che un utente frettoloso si aspetta di trovare cercando “AI” nello store: Gemini AI Sidebar, AI Sidebar, AI Assistant, ChatGPT Translate.

    Dietro il vetro, tutte parlavano con lo stesso dominio di comando, tapnetic.pro. Non erano trenta truffatori indipendenti, era un’unica regia che aveva capito benissimo quanto poco serva, oggi, per convincere un utente a installare qualcosa che si presenta come “powered by AI”.

    A proposito di quanto poco serva. Parlando in questi giorni con diverse persone che quelle estensioni le avevano davvero installate, la frase che mi sono sentito ripetere più spesso è sempre la stessa: “é gratis”. AI gratis, nessun abbonamento, nessuna carta di credito.

    Strano che nessuno si sia fermato un istante a chiedersi come mai… Vero?

    Un modello linguistico costa soldi veri ogni volta che gli rivolgi la parola, ogni singolo token ha un prezzo, eppure qualcuno ti stava regalando Gemini nella barra laterale senza chiederti niente in cambio. Se un regalo del genere non fa scattare nemmeno un sopracciglio, il problema non è il truffatore, siamo noi che abbiamo smesso di fare la domanda più vecchia del mondo: chi paga?

    Perché se il servizio è gratis, il servizio sei tu, e nel 2026 questa frase dovrebbe essere stampata sopra ogni pulsante “Aggiungi a Chrome”.

    Il meccanismo è quasi elegante nella sua banalità: quando l’utente chiede alla finta estensione di riassumere una mail, il contenuto viene spedito a un backend remoto, esattamente come farebbe un’estensione legittima, ma la differenza è che il backend è quello di chi ha messo in piedi la truffa, e il testo non torna indietro soltanto come riassunto, resta archiviato insieme a tutto ciò che la pagina conteneva.

    Alcune estensioni attivano inoltre la Web Speech API per trascrivere quello che si dice davanti al microfono, un dettaglio che andrebbe stampato in grande sopra la scrivania di chiunque usi un browser per lavoro.

    Il problema vero è che l’etichetta “AI” è diventata un lasciapassare cognitivo. Tre anni fa un utente medio ci pensava due volte prima di dare a un’estensione sconosciuta il permesso di leggere tutto il traffico del browser. Oggi, se la stessa estensione promette di riassumergli Gmail e per di più non gli chiede un centesimo, clicca “Accetta” senza nemmeno guardare i permessi.

    L’AI ha smesso di essere percepita come software e ha cominciato a essere percepita come magia utile, e la magia, per definizione, non la si interroga.

    Nessuno degli strumenti classici della sicurezza ha fallito. Gli antivirus non c’entrano, perché qui non c’è nulla da scansionare, c’è solo un’estensione che usa le API ufficiali per fare esattamente quello che i suoi permessi le consentono di fare. Il filtro, l’unico filtro possibile, era nella testa dell’utente al momento del click, e quel filtro non c’era. Trecentomila volte non c’era.

    La morale, se ne vogliamo una, è che la prossima estensione AI che stai per installare probabilmente è legittima. Forse. Ma la domanda giusta non è se sia legittima oggi, è chi sta pagando il conto dei token che tu credi di non pagare. Se la risposta non la conosci, allora la risposta è già una.


    Fonte: LayerX / BleepingComputer, campagna AiFrame, febbraio 2026.