Categoria: Intelligenza Artificiale

  • Sequoia dice che i servizi saranno il nuovo software. Canonity nasce esattamente per questo.

    Sequoia dice che i servizi saranno il nuovo software. Canonity nasce esattamente per questo.

    Recentemente Sequoia Capital ha pubblicato un articolo molto interessante: “Services: The New Software”. (LINK)

    La tesi è semplice ma dirompente: la prossima generazione di aziende AI non venderà software ma lavoro eseguito dall’intelligenza artificiale.

    La prossima azienda da mille miliardi sarà un’azienda software che si presenta al cliente come un fornitore di servizi. Non vende il tool ma il lavoro fatto. Tu non compri il software di contabilità, compri la contabilità chiusa. Il software è sotto il cofano, il cliente vede solo il risultato.

    La tesi è semplice ma dirompente: la prossima generazione di aziende AI non venderà software ma lavoro eseguito dall’intelligenza artificiale. In pratica per anni abbiamo costruito strumenti quali CRM, Contabilità, Tool di Marketing, tutti strumenti che aiutano le persone a fare il lavoro.

    Adesso però l’AI cambia il paradigma, non si tratta più di software che aiuta a lavorare, si tratta di software che fa il lavoro, sia quello noioso e ripetitivo, sia quello di analisi.

    Ma ogni founder si fa la stessa domanda: cosa succede quando la prossima versione di Claude o GPT, o Gemini rende il mio prodotto inutile? E ha ragione a preoccuparsi se vende lo strumento, ogni aggiornamento mangerà quote.

    Ma se vendi il lavoro fatto, ogni miglioramento del modello rende il tuo servizio più veloce, più economico e più difficile da battere… E se i modelli sono più di uno la partita è vinta “a tavolino”.

    L’AI ha imparato a parlare. Ora deve imparare a lavorare.

    Il claim di Canonity nasce proprio da questa idea:

    “L’AI ha imparato a parlare. È ora di insegnarle a lavorare.”

    Negli ultimi anni abbiamo visto modelli sempre più capaci di conversare. Ma “chattare” non è lavorare, il vero salto avviene quando l’AI viene inserita in workflow capaci di produrre risultati concreti.

    Sequoia divide il lavoro umano in due strati.

    Intelligence è eseguire regole complesse: tradurre specifiche in codice, testare, fare debug. Le regole sono tante ma sono regole — l’IA le impara.

    Judgement è decidere cosa costruire: quale feature ha priorità, se accettare debito tecnico, quando rilasciare anche se non è perfetto. Richiede esperienza, gusto, intuizione — anni di pratica.

    Da prompt a servizi

    Oggi chiunque può scrivere prompt o progettare workflow AI, ma questi prompt sono prodotti vendibili? No, sono semplicemente istruzioni.

    Canonity prova a cambiare questo paradigma permettendo a chiunque di:

    • creare un workflow AI
    • pubblicarlo nel marketplace
    • farlo utilizzare da altri
    • guadagnare ogni volta che viene eseguito

    Il punto chiave è questo: su Canonity non si vendono prompt.
    Si vendono esecuzioni.

    Alcuni esempi concreti? Immaginiamo alcuni servizi pubblicati nel marketplace Canonity.

    Analisi CV e job posting

    Un creator costruisce un workflow che:

    • analizza un annuncio di lavoro
    • analizza il curriculum del candidato
    • identifica competenze rilevanti
    • genera una lettera di presentazione personalizzata

    L’utente carica CV e job posting, Canonity restituisce la lettera pronta e il creator guadagna ogni volta che il workflow viene eseguito.

    Analisi del naming di una startup

    Un altro workflow potrebbe:

    • analizzare il nome della startup
    • confrontarlo con missione, prodotto e mercato
    • valutare coerenza e memorabilità
    • proporre alternative di naming più efficaci

    L’utente non compra un prompt, ma l’analisi prodotta dall’esecuzione del workflow.I

    La nascita di una execution economy

    Molti marketplace AI oggi vendono:

    • prompt
    • template
    • librerie di istruzioni

    Canonity propone qualcosa di diverso: una execution economy.

    Un luogo dove le persone pubblicano soluzioni AI
    e vengono pagate per ogni utilizzo reale.

    Perché ascoltare Sequoia

    Quando Sequoia Capital parla di nuove categorie tecnologiche, vale sempre la pena ascoltare. Nel loro portfolio ci sono aziende come:

    • Apple
    • Google
    • Airbnb
    • WhatsApp
    • NVIDIA

    E quando descrivono un cambiamento strutturale del mercato, vanno ascoltati perché spesso stanno anticipando ciò che accadrà nel prossimo decennio.

    Se i servizi sono il nuovo software

    Se davvero i servizi saranno il nuovo software, allora servirà un luogo dove questi servizi AI possano:

    • nascere
    • essere distribuiti
    • essere utilizzati
    • essere monetizzati

    Canonity prova a costruire esattamente questo: un posto dove chiunque può trasformare un’idea, un prompt o un workflow in un servizio AI eseguibile.

    Perché il vero valore non è nel prompt, ma nell’esecuzione.

  • L’oblomovismo digitale

    L’oblomovismo digitale

    Ieri sera stavo leggendo un articolo su Lucy sulla cultura che parla dell’oblomovismo, quella sindrome tutta russa, dal romanzo di Gončarov del 1859, che descrive una pigrizia metafisica: l’incapacità di agire e di prendere decisioni. Il protagonista, Oblomov, non si alza dal letto per le prime centocinquanta pagine. Non perché sia stupido: ha studiato, ha conosciuto il mondo, si è convinto di potersi rendere utile alla patria. Ma la realtà si è mostrata troppo dura e lui si è ritirato progressivamente. Ha lasciato l’impiego, ha smesso di leggere, e passa le giornate a contorcersi tra le lenzuola.

    E mentre leggevo, pensavo a una cosa che vedo ogni settimana.

    Parlo con imprenditori, professionisti, gente che manda avanti aziende da vent’anni. Gli chiedo se stanno usando l’AI. Mi rispondono tutti allo stesso modo: “Sì, ho provato ChatGPT, ma non è granché per quello che faccio io.” Poi cambiano discorso. Come Oblomov che riceve i visitatori nel suo letto, un mondano, un impiegato, uno scrittore, ascolta tutti, annuisce, e non si alza.

    Ecco il punto: non sono stupidi. Sono Oblomov.

    La malattia è sistemica

    L’articolo di Lucy racconta una cosa interessante. La critica russa dell’epoca non interpretò l’oblomovismo come un difetto individuale, ma come un tratto nazionale. Il critico Dobroljubov ci scrisse un saggio intero: una malattia congenita dello spirito russo che ostacolava il progresso. Non la pigrizia di uno, ma l’inerzia di tutti.

    L’oblomovismo delle aziende italiane di fronte all’AI ha esattamente questa natura. Non è che il singolo imprenditore sia pigro. È che l’intero ecosistema, dalla formazione al rapporto con la tecnologia, dalla burocrazia alla cultura del “abbiamo sempre fatto così”, produce e riproduce torpore. Ognuno si è costruito la sua Oblomovka personale, la tenuta remota dove le regole del mondo esterno non arrivano. Il commercialista che dice “i miei clienti hanno bisogno del rapporto personale”. L’avvocato che dice “il diritto italiano è troppo complesso per una macchina”. Il manifatturiero che dice “noi facciamo cose fisiche, mica software”.

    Ognuno ha le sue ragioni. Oblomov aveva le sue.

    Quello che sta succedendo, raccontato da chi lo vive

    Con grande senso della sincronia un mio amico ieri mi ha inoltrato un post di Matt Shumer, da sei anni alla guida di una startup AI, pubblicato su X che è diventato virale.

    Ha scritto che ha smesso di dare la versione educata di quello che sta succedendo.

    Il divario tra percezione pubblica e realtà è diventato troppo grande, e troppo pericoloso.

    Il passaggio che mi ha colpito di più: Shumer racconta di descrivere un’applicazione in linguaggio naturale, andarsene dal computer per quattro ore, e tornare a trovare il lavoro finito. Non una bozza da correggere, il prodotto completo, migliore di quello che avrebbe fatto lui stesso. L’AI apre l’app, clicca i pulsanti, testa le funzionalità, itera come farebbe uno sviluppatore, e lo avvisa solo quando è soddisfatta del risultato.

    Io scrivo codice da prima del Commodore VIC-20, quando avevo un Sinclair ZX81 con 1K di memoria e il BASIC si componeva premendo combinazioni di tasti. Ho certificazioni Microsoft degli anni ’90. So cosa vuol dire debuggare un segfault alle tre di notte. Eppure quello che Shumer descrive è esattamente quello che vivo anche io, ogni giorno, da mesi. Non è hype. Non è marketing. È la mia giornata lavorativa del lunedì.

    Ma Shumer dice anche un’altra cosa che merita attenzione. Cita un managing partner di un grande studio legale che passa ore ogni giorno a usare l’AI. Non perché sia un giocattolo, ma perché funziona meglio dei suoi associati su molte attività. E ogni paio di mesi, diventa significativamente più capace. L’organizzazione METR, che misura la durata dei compiti che l’AI può completare autonomamente, un anno fa registrava circa dieci minuti. Oggi siamo a diverse ore. Ha raddoppiato i tempi in soli sette mesi e sta accelerando.

    Al meetup di Milano che raccontavo nel mio ultimo post, ho visto un fotografo e un avvocato, nessuna formazione tecnica, costruire applicazioni funzionanti con l’AI. Non vibe coding: architettura, obiettivi, percorso. Competenza di dominio tradotta in prodotto, senza intermediari.

    Mentre Oblomov resta a letto.

    Il gusto del covo

    La cosa che mi ha colpito di più nell’articolo di Lucy è un passaggio su Tommaso Landolfi e quello che chiamava “il senso della lustra”, il gusto del covo. Un piacere voluttuoso di chi si rintana nella propria casa in decadenza, mentre intorno tutto crolla. La casa crolla, sì, ma crolla lentamente, e nel frattempo ci si sta bene.

    Questa è l’immagine più precisa che abbia mai trovato per descrivere quello che vedo nelle aziende italiane. L’inerzia non è solo paralisi, è comfort. I margini calano, la competitività si erode, i concorrenti che hanno agito guadagnano velocità e capacità di analisi, ma il covo è caldo. E ci si convince che il proprio settore sia speciale, immune, diverso.

    Non lo è. Nessun settore lo è.

    Oblomov si innamora di Olga, una donna che potrebbe salvarlo. Ma per sposarla dovrebbe rendersi degno della vita che lei rappresenta, e questo, scrive Gončarov, è una cosa che in pratica non si può fare, per quanto appaia realizzabile in teoria. Così Olga lo lascia e sposa Štolc, il tedesco positivo, il pragmatico. Oblomov riprecipita nel torpore. Sposa una donna che lo accudisce come un bambino. E muore di un colpo apoplettico.

    L’azienda che rimanda non esplode. Diventa irrilevante un trimestre alla volta.

    Alzarsi dal letto

    Non scrivo questo per fare terrorismo psicologico. Lo scrivo perché il vantaggio più grande che potete avere in questo momento è semplicemente essere in anticipo. La finestra è ancora aperta: la maggior parte delle aziende italiane non si è mossa. Chi entra in una riunione e dice “ho usato l’AI per fare questa analisi in un’ora invece che in tre giorni” è la persona più preziosa nella stanza. Non domani, adesso.

    Ma la finestra non resterà aperta a lungo.

    “Addio vecchia Oblomovka”, dice Štolc alla fine del romanzo, “il tuo tempo è finito.”

    Gončarov lo scrive con un pizzico di malinconia, credi che il mercato ne avrà alcuna?

    La scelta è semplice, anche se non è facile: alzarsi dal letto, o aspettare il colpo apoplettico.

    Photo by RDNE Stock project:
    https://www.pexels.com/photo/man-lying-on-sofa-beside-vacuum-5591469/

  • I modelli AI cinesi stanno “bevendo” dall’intelligenza americana. E non c’è legge che li possa fermare

    I modelli AI cinesi stanno “bevendo” dall’intelligenza americana. E non c’è legge che li possa fermare

    Oggi, 24 febbraio 2026, Anthropic ha pubblicato un report esplosivo: tre laboratori cinesi, DeepSeek, Moonshot AI e MiniMax, hanno condotto campagne di distillazione su scala industriale contro Claude.

    I numeri fanno impressione: 24.000 account fraudolenti, 16 milioni di scambi con il modello. Non stiamo parlando di qualcuno che copia-incolla qualche risposta, ma di un’operazione sistematica e coordinata per estrarre le capacità di ragionamento, coding e uso di strumenti di uno dei modelli più avanzati al mondo.

    Due settimane fa, OpenAI aveva denunciato la stessa cosa al Congresso americano riguardo a ChatGPT e Google ha segnalato oltre 100.000 prompt mirati su Gemini.

    Il pattern è chiaro: i tre principali modelli americani sono sotto attacco simultaneo.

    Come funziona la distillazione (in parole semplici)

    La distillazione è una tecnica nota nell’AI: prendi un modello grande e potente (il “maestro”), gli fai migliaia di domande mirate, e usi le sue risposte per addestrare un modello più piccolo ed economico (lo “studente”).

    Lo studente impara a imitare il maestro senza aver mai visto i dati originali di addestramento.

    Geniale.

    Le aziende AI la usano legittimamente tutti i giorni: Anthropic distilla Claude Opus per creare Claude Haiku, OpenAI distilla GPT-4 per creare GPT-4-mini.

    È una pratica standard, ma il problema nasce quando un concorrente usa questa tecnica sui tuoi modelli, aggirando le restrizioni geografiche con servizi proxy, creando migliaia di account falsi, e generando milioni di query progettate per estrarre le capacità più avanzate. In sostanza: anni di ricerca e miliardi di dollari di investimento vengono compressi in poche settimane di scraping automatizzato.

    I numeri dell’operazione

    Secondo il report di Anthropic:

    – DeepSeek: 150.000 scambi mirati su ragionamento logico e allineamento

    – Moonshot AI: 3,4 milioni di scambi su ragionamento agentico, coding e computer vision (il loro modello Kimi K2.5, rilasciato il mese scorso, ne è probabilmente il risultato)

    – MiniMax: 13 milioni di scambi su coding agentico e orchestrazione di strumenti

    — Anthropic li ha colti in flagrante: quando è uscito un nuovo modello Claude, MiniMax ha rediretto metà del traffico nel giro di 24 ore per catturare le nuove capacitàTutte e tre le campagne seguivano lo stesso schema: servizi proxy commerciali per aggirare il blocco geografico della Cina, cluster di account distribuiti per evitare il rilevamento, e prompt strutturati per estrarre capacità specifiche — non le chiacchierate casuali di un utente normale.

    Il vero problema: non c’è legge che funzioni

    Ed è qui che la questione diventa strutturale. Perché la domanda che tutti si pongono è: “Ma non è illegale?”

    La risposta, purtroppo, è molto meno chiara di quanto si vorrebbe.

    Il copyright non si applica: L’U.S. Copyright Office ha stabilito che gli output generati dall’AI non raggiungono la soglia di “autorialità umana” necessaria per la protezione. Se le risposte di Claude non sono coperte da copyright, non puoi fare causa per violazione di copyright a chi le usa per addestrare un altro modello.

    Paradossalmente, i Terms of Service di OpenAI cedono esplicitamente i diritti sugli output all’utente, rendendo ancora più difficile contestare l’uso che quell’utente ne fa.

    I brevetti sono limitati: I brevetti potrebbero coprire architetture specifiche o processi, ma la distillazione non copia l’architettura — copia il comportamento. È come se qualcuno non rubasse il motore della tua Ferrari, ma guidasse la tua auto per migliaia di chilometri per capire esattamente come si comporta, e poi costruisse un’auto diversa che si guida allo stesso modo.

    I Terms of Service valgono poco: Certo, Anthropic e OpenAI vietano esplicitamente la distillazione nei loro ToS. Ma provate a far valere un contratto americano contro un’azienda di Hangzhou o Shanghai. La giurisdizione è un muro. E anche se riusciste a portarli in tribunale, il danno è già fatto: il modello distillato è già stato addestrato e distribuito.

    Il segreto commerciale è l’unica strada potenziale, ma richiede di dimostrare che l’azienda ha adottato misure ragionevoli per proteggere le informazioni e che c’è stato un accesso non autorizzato.

    Quando il tuo prodotto è un’API pubblica e l’accesso avviene attraverso account apparentemente legittimi, la dimostrazione diventa molto complessa.

    L’ironia della situazione

    C’è un’ironia profonda in tutta questa vicenda, e la community online non ha mancato di farla notare: le stesse aziende che denunciano la distillazione dei loro modelli hanno costruito quei modelli addestrando su enormi quantità di contenuti altrui — libri, articoli, codice, immagini — spesso senza il consenso degli autori originali.

    Anthropic stessa è sotto processo da parte degli editori musicali per aver usato testi di canzoni nell’addestramento di Claude.

    È il classico “quando lo faccio io è innovazione, quando lo fai tu è furto.”

    Questo non giustifica le campagne di distillazione su scala industriale, ma mette in prospettiva la fragilità delle argomentazioni legali: in un ecosistema dove tutti hanno costruito su dati altrui, tracciare una linea netta tra uso legittimo e furto è un esercizio giuridico senza precedenti.

    Cosa succederà (probabilmente)

    La soluzione non sarà legale, ma tecnica e geopolitica.

    Sul fronte tecnico, Anthropic ha annunciato sistemi di behavioral fingerprinting e classificatori per identificare pattern di estrazione.

    In pratica: se le tue query assomigliano a una campagna di distillazione e non a un uso normale, vieni bloccato. È una corsa agli armamenti continua, ma è l’unica difesa che funziona in tempo reale. Sul fronte geopolitico, queste denunce rafforzano la narrazione americana a favore di controlli più severi sulle esportazioni di chip AI verso la Cina. Se i modelli cinesi dipendono dalla distillazione di modelli americani per le loro capacità più avanzate, e la distillazione su scala richiede accesso a chip potenti, allora limitare i chip limita (anche) la capacità di distillazione.

    La lezione per noi europei

    Mentre americani e cinesi si confrontano sui modelli frontier, l’Europa guarda.

    E questo è un problema, noi non abbiamo modelli frontier nostri su cui proteggere IP, non abbiamo chip di ultima generazione, non abbiamo le infrastrutture di compute necessarie.

    L’AI Act europeo regola l’uso dell’AI ma non la produzione: come se regolassimo le automobili ma non avessimo fabbriche.

    Se la distillazione diventa la normalità e l’unica protezione reale è avere qualcosa che valga la pena distillare. E per il momento, quel qualcosa ce l’hanno solo gli americani.


    Nota: uso Claude quotidianamente nel mio lavoro e lo considero il miglior modello attualmente disponibile. Questo non cambia il fatto che la questione della distillazione sia oggettivamente complessa e che le ragioni non stiano tutte da una parte.

  • Canonity e u-prompt: trasformare un’idea in un’app e monetizzarla.

    Canonity e u-prompt: trasformare un’idea in un’app e monetizzarla.

    Voglio prendermi un momento per raccontarvi cosa stiamo costruendo, partendo da un esempio concreto che mi è capitato proprio oggi.

    Tutto ha inizio quando un amico decide di imbarcarsi in una nuova avventura: un nuovo progetto per un nuovo prodotto. Come spesso accade a chi ha tra le mani un MVP (Minimum Viable Product), la prima cosa che ha fatto è stata battezzarlo con un nome che riteneva evocativo.

    Tuttavia, la mia esperienza mi suggeriva che quella scelta non fosse quella giusta per il suo target e invece di dargli un semplice parere soggettivo, ho deciso di creare un workflow di prompt che aiutasse chiunque a capire se il nome scelto per il proprio business sia davvero quello corretto.

    L’esperimento: 11 prompt e 5 modelli

    L’idea è semplice: tu mi dici cosa fa il prodotto e come vuoi chiamarlo; io ti restituisco un’analisi approfondita di costi e benefici, fornendoti anche una “storia” da raccontare quando ti chiederanno il perché di quel nome.

    Per realizzare questa analisi, ho aperto Canonity, il nostro editor grafico di step-prompt e ho strutturato il lavoro in tre passaggi fondamentali:

    1. Limitare le allucinazioni: Se chiedi troppe cose insieme a un’IA, tende a inventare ciò che non capisce, quindi ho diviso il processo di analisi in più step per aumentare drasticamente la precisione.
    2. Il potere del confronto: Ho replicato i passaggi di analisi sfruttando la capacità di modelli diversi per avere più punti di vista. Ho sottoposto la prima analisi a Grok, la successiva a Claude e poi anche a Gemini.
    3. Sintesi e Revisione: Infine, ho usato ChatGPT per riepilogare il tutto e DeepSeek per analizzare i pareri dei vari modelli e generare un riassunto finale.

    In totale, l’analisi di un singolo nome è stata suddivisa in 11 prompt eseguiti da 5 modelli diversi che hanno collaborato tra loro.

    Ho stampato il PDF dopo averlo eseguito e l’ho inviato al mio amico che… ha validato l’utilità di questo prompt.

    (Il sistema non si è limitato a dire se il nome fosse corretto, le tre cancellazioni in rosso erano tre esempi di nome alternativo più corretto, in relazione a ciò che quel prodotto fa) Del chè il messaggio del mio amico:

    La prova del nove (anzi del 4,99)

    La sua risposta è stata la migliore validazione possibile: non solo ha trovato l’analisi incredibilmente centrata — evidenziando aspetti critici come il costo del dominio o l’efficacia psicologica del nome — ma alla mia domanda provocatoria “Saresti stato disposto a pagare 4,99€ per questo?”, la risposta è stata un secco: “Ceeerto!”

    Cosa sono, quindi, Canonity e u-prompt?

    In poche parole:

    • Con Canonity ho realizzato l’applicazione (il workflow logico di analisi).
    • Attraverso u-prompt, ho messo in vendita l’esecuzione di quel workflow al prezzo di 4,99€.

    E questo è solo uno dei workflow –> app. Il sistema ne gestirà centinaia, migliaia, ogni utente ne potrà avere quante ne vuole… Saranno di sua proprietà e non dovrà mai vendere il prompt, solo l’esecuzione.

    Per esempio il nostro CEO, Stefano, sta già usando Canonity per disegnare un sistema che analizza i CV in relazione ai Job Post. L’app analizzerà l’annuncio, valuterà il tuo profilo/CV, ti suggerirà cosa enfatizzare e produrrà una lettera di presentazione adattata e su misura.

    Una volta pronta, la metteremo in vendita su u-prompt a 2,99€.

    Cosa ti serve per creare il tuo primo step prompt?

    Serve conoscenza tecnica dello strumento? Si, c’è un tutorial che in 7 passi (5/6 minuti) ti spiega come funziona

    Quale altra conoscenza tecnica serve? Nessuna, se hai scritto il prompt, premendo PLAY lo esegui e ottieni il risultato.

    FINE.


    Se vuoi capire come trasformare la tua competenza in un’app IA, o se hai domande su come funzionano i nostri strumenti, scrivici a hey [chiocciola] u-prompt.com.

    Il futuro è collaborativo

  • Il grande democratizzatore

    Il grande democratizzatore

    Opus 4.6, un meetup a Milano, e cosa c’entrano Camillo e Adriano Olivetti con l’IA

    Ieri sera ero al Claude Code meetup di Milano. Cinque speaker, cinque soluzioni da mostrare. Il primo sale sul palco, lancia la sua demo e… niente. Opus 4.5 risulta legacy. Il modello su cui aveva costruito tutto era già stato sostituito — durante l’aperitivo. Il secondo non ha nemmeno potuto presentare: la sua soluzione di sicurezza? Opus 4.6 la implementava già nativamente.

    Due presentazioni su cinque, obsolete nel tempo di un prosecco.

    Questo è il ritmo. Ma non è del ritmo che voglio parlare oggi.


    Perché tra quelle cinque presentazioni ce n’erano due che mi hanno colpito più del cambio di modello. E mi hanno fatto pensare a qualcosa di molto più grande.


    Il primo era un fotografo. Non un tecnico, non un ingegnere del software, non uno che ha mai scritto una riga di codice in vita sua. Un fotografo che in tre mesi e mezzo ha costruito un’applicazione per creare presentazioni alla velocità della luce. Funzionante. Bella. Che fa quasi tutto quello che fa Gamma — un prodotto su cui lavorano probabilmente decine di ingegneri a tempo pieno.

    Il secondo era un avvocato. Stesso schema: nessuna formazione tecnica. Ha preso decenni di esperienza nella revisione dei contratti e li ha trasformati in un’applicazione capace di riscrivere clausole prolisse, spiegando paragrafo per paragrafo il perché di ogni scelta di revisione. Non un riassunto generico, una revisione ragionata, con la competenza di chi quei contratti li mastica da vent’anni.

    Nessuno dei due sa programmare.

    Entrambi hanno costruito qualcosa che funziona.


    Qui si apre il punto che mi interessa davvero.


    Perché non hanno fatto vibe coding. Il vibe coding è quella cosa per cui apri una chat, scrivi “fammi un’app che fa X”, e speri che il risultato sia decente. A volte lo è. Spesso no. E quando non lo è, non sai perché e non sai come aggiustarlo.

    Questi due hanno fatto qualcosa di diverso. Hanno seguito il metodo: architettura, obiettivi, percorso.

    Il fotografo non ha detto “fammi un’app per le presentazioni”. Ha pensato a cosa gli serviva, ha progettato la struttura, ha definito il flusso. Poi ha usato l’AI come strumento per realizzare quello che aveva in testa. L’avvocato non ha detto “riscrivi questo contratto”. Ha codificato decenni di know-how in regole, logiche, criteri di valutazione. Poi ha chiesto all’AI di eseguire quel processo.

    La differenza tra vibe coding e il metodo è la stessa differenza che c’è tra chiedere a un muratore di “farmi una casa bella” e dargli un progetto architettonico.

    Il risultato si vede.


    L’AI è il grande democratizzatore.


    Non perché abbassa il livello, ma perché rimuove la barriera tra chi ha le competenze e chi ha anche gli strumenti per esprimerle.

    Il fotografo sapeva esattamente come doveva funzionare un sistema di presentazioni rapide. Lo sapeva meglio di qualsiasi team di ingegneri, perché lo viveva tutti i giorni. Quello che non sapeva era tradurre quella conoscenza in codice.

    L’avvocato sapeva esattamente cosa rende un contratto prolisso e cosa lo rende chiaro. Lo sapeva meglio di qualsiasi algoritmo, perché ci ha passato la carriera. Quello che gli mancava era il mezzo tecnico per trasformare quell’esperienza in un prodotto.

    Fino a ieri, queste persone avevano due opzioni: pagare qualcuno per costruire la loro idea (con tutti i problemi di traduzione che ne conseguono) o rinunciarci.

    Oggi ne hanno una terza: costruirla loro stessi.

    Non perché “tutti possono programmare” — questa è la retorica vuota. Ma perché chi ha una competenza reale, una visione chiara e la disciplina di pensare in modo strutturato, oggi può realizzarla. L’AI elimina la barriera sintattica, non quella intellettuale. E la barriera intellettuale è l’unica che conta davvero.


    A questo punto devo fare una confessione.

    Io sono un tecnico. Scrivo codice da quando avevo un Toshiba al plasma e il QBASIC era il linguaggio dei sogni. Ho certificazioni Microsoft degli anni ’90. Gestisco cluster Proxmox distribuiti su datacenter europei. So cosa vuol dire debuggare un segfault alle tre di notte.

    Ma sono anche un imprenditore. E come imprenditore, il mio idolo non è Steve Jobs, non è Elon Musk, non è nessuno della Silicon Valley.

    Il mio idolo è Camillo Olivetti.

    Un ingegnere di Ivrea che nel 1893 andò a Chicago con il suo maestro Galileo Ferraris, visitò i laboratori di Edison, e tornò in Italia con un’idea che oggi suona rivoluzionaria quanto allora: il compito di un’azienda non è sfruttare le capacità delle persone, ma elevarle.

    Camillo fondò la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere nel 1908. Venti dipendenti, un capannone a Ivrea. Sì, la macchina per scrivere fu una democratizzazione — della parola scritta, dell’accesso alla comunicazione formale. Ma non era quello il punto. Il punto era la visione che c’era dietro la fabbrica.

    Camillo non vedeva i suoi operai come manodopera da ottimizzare ma come persone da far crescere. Riuniva i dipendenti nel cortile della fabbrica, saliva su una cassetta — come ai tempi dei comizi socialisti — e spiegava i problemi dell’azienda. Non delegava, non nascondeva: condivideva la conoscenza. Voleva che capissero il perché delle decisioni, non solo il cosa dovevano fare.

    Quando la crisi economica colpì, propose di ridurre l’orario per tutti piuttosto che licenziare qualcuno. I dipendenti risposero proponendo di lavorare a tempo pieno, con la promessa di recuperare il salario mancante a crisi finita. Questo non succede in un’azienda che sfrutta. Succede in un’azienda che ha investito nella consapevolezza delle proprie persone.

    Il figlio Adriano portò questa visione ancora più avanti, fino a farne un modello industriale unico al mondo. Ma il seme era di Camillo: l’impresa come strumento di elevazione, non di estrazione. Costruire qualcosa che funziona, che serve a chi lo usa, e che rende migliore chi ci lavora.


    Ecco perché l’uscita di Opus 4.6 mi interessa e non mi interessa allo stesso tempo.


    Mi interessa perché è il modello più capace mai rilasciato. Context window da un milione di token, adaptive thinking, agent teams, i punteggi più alti mai raggiunti nel coding agentico. Il fatto che Scott White di Anthropic dica che ormai usano Claude Code non solo gli sviluppatori ma anche product manager, analisti finanziari, professionisti di ogni tipo — è esattamente il segnale.

    Non mi interessa perché il modello, da solo, non cambia nulla. Quello che cambia è cosa le persone ci fanno.

    Un fotografo che costruisce un’alternativa a Gamma. Un avvocato che trasforma vent’anni di esperienza in un prodotto. Questa è la rivoluzione. Non il benchmark, non il punteggio su Terminal-Bench, non i milioni di token di contesto.

    La rivoluzione è che la competenza di dominio — quella vera, quella che si accumula in anni di lavoro — oggi ha finalmente uno strumento per esprimersi senza intermediari.

    Camillo Olivetti non diede ai suoi dipendenti solo una fabbrica in cui lavorare. Diede loro la comprensione di cosa stavano costruendo e perché. Li rese partecipi, non esecutori. E così facendo, elevò le loro capacità ben oltre quello che un contratto di lavoro avrebbe richiesto.

    L’AI sta facendo la stessa cosa, su scala globale. Non sta dando a tutti la possibilità di programmare — questa è la retorica vuota. Sta dando a chi ha una competenza reale la possibilità di esprimerla completamente, senza che la barriera tecnica la comprima, la traduca male, o la fermi del tutto.

    La macchina per scrivere non ha reso tutti scrittori. Ha reso possibile scrivere a chi aveva qualcosa da scrivere. L’AI non renderà tutti sviluppatori. Renderà possibile sviluppare a chi ha qualcosa da sviluppare.

    Il fotografo aveva qualcosa. L’avvocato aveva qualcosa. E avevano il metodo: sapere cosa costruire, progettare come costruirlo, e usare lo strumento per farlo.


    Architettura. Obiettivi. Percorso. Strumento. Capacità.


    Il resto è rumore.

    P.S. quelli in foto dovrebbero essere Camillo e suo figlio Adriano Olivetti… Ma l’AI ha dei limiti che non gli hanno permesso di generare la foto con i volti giusti… sicchè usa un po’ di immaginazione, grazie 🙂

  • La fine del coding secondo Jensen Huang: il momento di Canonity

    La fine del coding secondo Jensen Huang: il momento di Canonity

    ​Secondo Huang, l’era in cui imparare la sintassi di un linguaggio (Python, C++, Java) era il requisito d’accesso all’innovazione è finita. Grazie all’IA generativa, il focus si sposta dal come scrivere il codice al cosa vogliamo realizzare.

    ​Il mondo dello sviluppo software è arrivato a un punto di svolta. Non lo dicono i sognatori, ma chi l’hardware per l’Intelligenza Artificiale lo costruisce davvero. Jensen Huang, CEO di NVIDIA, ha recentemente lanciato una provocazione che ha scosso le fondamenta della Silicon Valley: “Il nostro compito è creare una tecnologia tale che nessuno debba più programmare. Il linguaggio di programmazione del futuro sarà quello umano.”

    ​In questo scenario, il valore non risiede più nella manovalanza digitale, ma nell’architettura del pensiero.

    ​La visione di Huang: dall’esecuzione all’orchestrazione.

    ​Il concetto espresso da Huang è chiaro: la democratizzazione della tecnologia passa attraverso l’abbattimento della barriera del codice. Se puoi spiegare un problema in linguaggio naturale e l’IA può tradurlo in una soluzione funzionale, allora chiunque possieda una logica di dominio (un biologo, un ingegnere, un esperto di business) diventa, a tutti gli effetti, un programmatore.

    ​Tuttavia, tra la “visione” di Huang e la realizzazione di sistemi complessi c’è ancora un vuoto tecnico. Scrivere un prompt per una chat è semplice; costruire un’applicazione strutturata, sicura e scalabile orchestrando l’IA è una sfida diversa.

    ​Canonity: il ponte tra visione e realtà

    ​È esattamente in questo spazio che si inserisce Canonity. Se la visione di Huang definisce il traguardo, Canonity rappresenta il motore per raggiungerlo.

    ​Canonity non è un semplice assistente al codice, ma un multi-LLM editor nato per permettere all’utente di agire come l’architetto di cui parla Huang. Ecco come risponde concretamente ai pilastri della nuova era:

    1. Orchestrazione vs Codifica: Mentre i programmatori tradizionali scrivono righe di codice, l’utente di Canonity orchestra modelli. Può decidere quale modello di linguaggio sia più adatto a una specifica funzione, mettendo a sistema le diverse “intelligenze” per ottenere un risultato superiore alla somma delle parti.
    2. Linguaggio Naturale come Asset: Canonity abilita l’uso del linguaggio umano per definire flussi e logiche. Questo permette di mantenere il focus sulla risoluzione del problema, delegando alla piattaforma la gestione della complessità sintattica.
    3. L’architettura al centro: Seguendo il mantra di NVIDIA, il valore umano si sposta sulla progettazione. Canonity fornisce gli strumenti per visualizzare e connettere queste logiche, rendendo tangibile l’idea che l’informatica sia diventata una disciplina di design e strategia, non più solo di digitazione.

    ​Verso un nuovo paradigma

    ​Se accettiamo la tesi di Huang, dobbiamo accettare che il ruolo dello sviluppatore sta cambiando radicalmente. Non saremo più traduttori che convertono idee in linguaggi macchina, ma saremo registi di modelli intelligenti.

    ​Canonity incarna perfettamente questo cambiamento di paradigma. È lo strumento per chi ha capito che il futuro non si scrive più riga per riga, ma si progetta attraverso l’orchestrazione dei modelli. La tecnologia di cui parla Huang esiste già: si tratta solo di scegliere di essere architetti invece che semplici esecutori

  • AlexNet è tornata. E non per nostalgia.

    AlexNet è tornata. E non per nostalgia.

    Ogni tanto la tecnologia fa una cosa controintuitiva: invece di correre in avanti a testa bassa, si ferma, si gira e guarda indietro. Non per rimpiangere il passato, ma per ricordarsi come si costruiscono davvero le cose che durano.
    È esattamente quello che è successo a novembre 2025 quando il Computer History Museum, insieme a Google, ha deciso di rendere pubblico il codice sorgente originale di AlexNet.

    Il codice sorgente del 2012, quello che ha cambiato la storia dell’intelligenza artificiale.

    Non è un’operazione nostalgica, e non è nemmeno un regalo per chi vuole “rifare AlexNet oggi”. È un gesto culturale. È come dire: prima di discutere dell’ennesimo modello miracoloso, forse vale la pena tornare a vedere come nasce una vera discontinuità tecnologica.

    AlexNet nasce nel 2012 all’Università di Toronto, da Alex Krizhevsky, Ilya Sutskever e Geoffrey Hinton. Vince ImageNet in modo così netto da rendere improvvisamente obsoleti anni di approcci precedenti, dimostrando in un colpo solo che le reti neurali profonde non sono solo belle teorie: funzionano, scalano e cambiano le regole del gioco.

    Da lì in poi il deep learning diventa la norma, le GPU diventano strumenti scientifici e la computer vision prende una direzione completamente nuova.

    Ma oggi AlexNet non ci interessa per la sua potenza.

    Oggi confrontata con gli standard attuali. Ci interessa per un motivo molto più profondo: come è stata pensata.

    Il codice che oggi possiamo leggere su GitHub
    🔗 https://github.com/computerhistory/AlexNet-Source-Code

    Non è elegante, modulare, o “clean”. È scritto in CUDA C++ ed è brutalmente onesto. La memoria GPU viene gestita a mano, i layer non sono entità astratte ma strutture concrete, il training non è un loop astratto, ma è un flusso rigido e dichiarato. Non esiste separazione tra modello, training, preprocessing ed esecuzione: tutto è intrecciato, perché tutto fa parte dello stesso problema.

    Leggerlo oggi è quasi uno shock culturale per chi è cresciuto a colpi di framework. Qui non c’è nulla che ti protegga. Se qualcosa non funziona, non puoi incolpare una libreria: sei tu. Ed è proprio questo che rende il codice di AlexNet così prezioso. Ti costringe a capire perché una scelta è stata fatta, quali compromessi sono stati accettati, quali limiti hardware hanno guidato l’architettura.

    AlexNet, in altre parole, non era “solo un modello”. Era un sistema completo. Dataset, preprocessing, training su GPU, tuning manuale, gestione della memoria, flusso end-to-end. Tutto insieme. Nulla aveva senso da solo.

    Ed è qui che il collegamento con l’IA di oggi diventa quasi imbarazzante per quanto è evidente.

    Image

    Nel 2025 passiamo una quantità enorme di tempo a discutere su quale sia il modello migliore. Come se il problema fosse lì. Ma un singolo LLM, per quanto impressionante, soffre degli stessi limiti strutturali che avevano le singole reti neurali prima di AlexNet: non ha memoria vera, non ha visione di processo, non ha responsabilità sul risultato finale. Da solo, è fragile.

    Il valore reale oggi emerge quando smettiamo di ragionare in termini di “modello” e iniziamo a ragionare in termini di sistema. Quando progettiamo flussi, step, ruoli, controlli. Quando decidiamo quale modello deve fare cosa, in quale momento, con quale contesto e con quale verifica. Quando l’intelligenza artificiale smette di essere una risposta brillante e diventa un processo governato.

    AlexNet ci ricorda che le rivoluzioni non nascono da un singolo componente eccezionale, ma da un’architettura chiara. È lo stesso principio che oggi ritroviamo nei sistemi di orchestrazione multi-modello e, più in generale, in piattaforme come Canonity, dove il focus non è il prompt perfetto o il modello più grosso, ma la struttura che tiene tutto insieme. Non il singolo output, ma il flusso che lo rende affidabile.

    AlexNet non ci colpisce più per la potenza, ma per la lucidità. Per il fatto che, prima che tutto diventasse automatico, qualcuno aveva capito che l’IA non è magia statistica, ma ingegneria dei sistemi. Il rilascio del suo codice non è una celebrazione del passato: è un promemoria molto attuale.

    Se vogliamo davvero capire dove sta andando l’intelligenza artificiale, ogni tanto dobbiamo fare quello che fa questo repository: tornare alle fondamenta, sporcarci le mani con l’architettura e ricordarci che le vere innovazioni non nascono dall’ultimo modello, ma dalla capacità di mettere ordine nella complessità.

  • Quanto ha senso un consiglio di amministrazione con un solo membro?

    Quanto ha senso un consiglio di amministrazione con un solo membro?

    Per un po’ di tempo abbiamo creduto di risolvere con un modello AI più grande, più veloce, più addestrato, più tutto.

    Ogni nuova versione sembrava portarci un passo più vicino a un punto di arrivo definitivo, come se bastasse aggiungere qualche miliardo di parametri per ottenere finalmente l’intelligenza “giusta”. Un’idea rassicurante, quasi infantile: se qualcosa non funziona, lo ingrandiamo. Ha sempre funzionato così, no?

    Poi è successa una cosa curiosa. Le persone che quei modelli li hanno costruiti hanno iniziato a dire, più o meno apertamente, che nemmeno loro sanno davvero come funzionano fino in fondo.

    Ilya Sutskever lo ha detto con una calma quasi sospetta: lo scaling infinito non è la risposta. Non perché i modelli non siano impressionanti, ma perché stiamo continuando a spingere sull’acceleratore senza sapere esattamente cosa stia succedendo sotto il cofano. Una strategia audace, certo. Ma non proprio quello che definiremmo “controllo”.
    (vedi link su “letture consigliate” in fondo all’articolo)

    Nel frattempo, noi utenti abbiamo sviluppato una dinamica tutta nostra. Parliamo con l’AI, aspettiamo la risposta, la correggiamo, rilanciamo. Poi di nuovo. Un dialogo continuo che, a guardarlo bene, assomiglia più a una riunione infinita che a un processo decisionale. Un problema serio, però, non si risolve in una risposta, ma in una sequenza di passaggi: comprendere, analizzare, scegliere, verificare, correggere, rifinire.

    Fino al 2025 lo abbiamo affrontato in modo ricorsivo. Domanda, risposta, controbattuta. Ancora. Come ho scritto nel mio post precedente, siamo diventati degli umarell digitali, affacciati alla finestra della chat, a commentare quello che l’AI stava facendo, pronti a intervenire dopo.

    È stato utile, va detto, e in qualche modo anche istruttivo, ma è plausibile che questo sia il modello definitivo di collaborazione uomo–macchina?

    A un certo punto inizierà semplicemente a sembrarci inefficiente continuare a dire all’AI “fammi questo”, con richieste isolate che interrompono il flusso, con ogni risposta che ci costringe a fermarci, a valutare per correggere e poi ripartire. Una conversazione infinita che ricorda sempre più quelle riunioni in cui nessuno ha preparato l’ordine del giorno.

    Così inizieremo a fare una cosa sorprendentemente umana: pensare prima, non per lasciare l’AI più libera, ma per essere noi molto più rigorosi.

    Pensaci, hai mai risolto un problema complesso tutto insieme?

    Quando un problema è davvero tale, lo si scompone. Lo si riduce. Lo si divide in problemi più piccoli e li si affronta uno alla volta, in sequenza. Si chiama “problem solving”, quello che funziona, non quello raccontato nei keynote.

    E se ci pensi ancora un po’ vedrai che è esattamente il percorso che abbiamo già fatto nel campo della programmazione dei computer: all’inizio c’era il programma monolitico, un unico blocco enorme che faceva tutto. Funzionava finché nessuno lo toccava. Poi l’utente chiedeva una modifica, qualcuno faceva una patch apparentemente innocua… e tutto il resto iniziava a comportarsi in modo imprevedibile.

    Abbiamo imparato allora a spezzare quel monolite in funzioni, ognuna con un compito preciso. Meno caos, più controllo, meno notti passate a chiedersi perché qualcosa si fosse rotto.

    Oggi siamo arrivati ai microservizi, non perché fosse elegante, ma perché è il modo sensato per gestire sistemi complessi: componenti piccoli, isolati, sostituibili, che comunicano in modo esplicito. Più lavoro prima, molta meno sorpresa dopo.

    Con l’AI vivremo la stessa identica evoluzione, solo compressa in meno anni (4/5 contro 10/15).

    Stiamo passando dal prompt monolitico che “fa un po’ di tutto” a sistemi in cui i compiti sono separati, assegnati, orchestrati, per ridurre gli errori e rendere i risultati finalmente ripetibili.

    Ed è qui che una delle osservazioni più interessanti ci arriva da Andrej Karpathy: ha fatto notare che interagire con un singolo modello non è un buon modo di usare l’AI.

    Secondo Andrej che in un consiglio di amministrazione composto solo dal CEO e da un consulente che annuisce, entrambi parlano ma nessuno contraddice davvero e non si cambia mai il percorso, non si evolve, non si allarga il punto di vista.

    La sua idea di LLM Council nasce proprio da qui: un sistema funziona quando il CTO e il CFO iniziano a prendersi a parolacce, quando uno dice “tecnicamente è perfetto” e l’altro risponde “sì, ma ci manda in fallimento” e il CEO media, il COO trova soluzioni e il CLO lo rende legale. Quando le voci dissonanti emergono prima, non quando è troppo tardi.
    (vedi link su “letture consigliate” in fondo all’articolo)

    Nel futuro, se vogliamo risultati affidabili, non dovremmo chiedere all’AI di “pensare meglio”, ma organizzare meglio il pensiero.

    Decidere noi i passaggi, stabilire chi fa cosa, prevedere controlli incrociati. Non libertà totale, ma responsabilità distribuita.

    Nel frattempo, ai piani alti, il panorama non è meno ironico.
    Satya Nadella probabilmente non immaginava che il futuro della sua azienda sarebbe stato meno una corsa ad ingrandire il modello di OpenAI e più un delicato esercizio di convivenza tra modelli diversi, filosofie diverse, interessi diversi.

    Più che scegliere il vincitore, oggi il lavoro vero è evitare che il consiglio di amministrazione esploda.
    (vedi link su “letture consigliate” in fondo all’articolo)

    E poi c’è Ivan Zhao, che sull’AI è rimasto alla finestra a guardare. Un po’ come un umarell di lusso: osserva, ascolta, non si lascia prendere dall’entusiasmo e aspetta di capire dove stia davvero andando il valore. Non sempre muoversi per primi è la strategia migliore.
    (vedi link su “letture consigliate” in fondo all’articolo)

    Il punto, però, resta sempre lo stesso.

    Nel 2026 non avremo un’AI più intelligente, inizieremo a smettere di usarla come una chat e inizieremo a trattarla come un sistema complesso, fatto di ruoli, sequenze e responsabilità.

    Il cambiamento non arriverà con proclami o rivoluzioni improvvise. Arriverà quando smetteremo di fare domande sempre migliori e inizieremo a progettare processi migliori. Avverrà quando passeremo dall’attesa alla direzione.

    Il futuro dell’AI, probabilmente, non sarà più intelligente.
    Sarà semplicemente meglio organizzato e, ironia della sorte, dipenderà molto meno dall’AI e molto più da te e da me.


    Letture consigliate

  • Da umarell a direttore d’orchestra

    Da umarell a direttore d’orchestra

    Canonity, u-prompt e la maturazione dell’AI come strumento

    Negli ultimi mesi ho osservato con crescente fastidio un equivoco diffondersi nel mondo dell’AI: l’idea che l’automazione coincida con il “lasciare fare tutto alla macchina”.
    È un equivoco pericoloso, perché confonde la delega con l’abdicazione e l’efficienza con l’imprevedibilità.

    Siamo umani.
    E quando lavoriamo — davvero — abbiamo bisogno di certezza del risultato, non dei capricci di un modello che oggi risponde bene e domani no.

    Gran parte dell’AI attuale, invece, è usata in modalità umarell: si apre una chat, si scrive un prompt, si osserva la risposta, la si corregge, la si rilancia. È un’iterazione continua, sincrona, fragile. Interessante, ma strutturalmente immatura.

    Ivan Zhao, fondatore di Notion, ha messo un punto fermo su questo tema in un post che considero fondamentale e che vale la pena citare direttamente:
    https://x.com/ivanhzhao/status/2003192654545539400

    Il concetto è semplice quanto definitivo: se stai guardando l’AI mentre lavora, non stai automatizzando nulla. Nessuno osserva una fabbrica mentre produce. Si progetta il processo, si avvia, si torna dopo.


    Il valore sta nel processo, non nella conversazione.


    Questa osservazione è la chiave per capire Canonity e u-prompt, e soprattutto perché sono due strumenti diversi che risolvono due problemi diversi.

    Canonity nasce come editor di prompt multi-modello LLM, ma sarebbe un errore fermarsi a questa definizione. Canonity non serve a “provare modelli a caso” né a demandare a una macchina la scelta del modello migliore (come fanno sistemi alla Perplexity).
    In Canonity la scelta del modello è umana. Sempre.

    Questo non è un limite. È una presa di posizione.

    Chi lavora sa che modelli diversi producono risultati diversi, con stili diversi, affidabilità diverse, bias diversi. Affidare questa scelta a un algoritmo significa accettare una variabilità che, nei contesti di lavoro reali, non è accettabile.

    Canonity parte da un presupposto semplice: l’umano è responsabile del risultato finale, quindi l’umano deve scegliere con quale cervello artificiale lavorare.

    Canonity è lo spazio in cui costruisci il tuo prompt automatico, lo testi, lo migliori, lo rendi stabile. È uno strumento personale, quasi intimo. Serve a te, per risolvere un problema tuo.

    Qui l’AI non è un giocattolo né un oracolo, ma un componente tecnico da configurare con attenzione.

    Quando quel prompt funziona e il risultato è affidabile, ripetibile, coerente, succede qualcosa di interessante: ti rendi conto che quel risultato non serve solo a te.

    Ed è qui che entra in gioco u-prompt.

    u-prompt non è un repository di prompt e non nasce per vendere “testi magici”. Nasce da un’idea molto più concreta: non vendere il prompt, vendi il risultato.

    Chi arriva su u-prompt non compra istruzioni, compra un output. Esattamente come in un juke-box: non compri il disco, ascolti la canzone.

    Questa distinzione è cruciale.

    Un prompt richiede competenza, contesto, manutenzione. Un risultato no. Un risultato risponde a un bisogno diretto e abbassa enormemente la soglia di accesso. Meno richiesta cognitiva significa molti più utenti potenziali.

    Canonity e u-prompt, insieme, separano in modo netto due momenti che fino a oggi erano confusi: la fase di costruzione e la fase di consumo.


    Canonity è per chi costruisce.
    u-prompt è per chi usa.


    Nel primo caso sei ancora “in cantiere”, stai progettando, testando, raffinando. Nel secondo, il cantiere non si vede più. Il lavoro è fatto. Il processo gira. L’utente non osserva nulla, ottiene solo il risultato.

    È esattamente il passaggio descritto da Ivan Zhao: dall’AI osservata all’AI che lavora mentre tu fai altro.
    Non perché “la macchina è più brava”, ma perché il processo è stato progettato bene.

    Qui avviene il salto da umarell a direttore.
    L’umarell guarda, commenta, corregge, il direttore non suona ogni strumento, ma decide chi suona cosa, quando e come.

    Canonity ti mette in mano la bacchetta. u-prompt apre il teatro al pubblico.

    Non c’è alcuna retorica futuristica in tutto questo, è una questione di maturità degli strumenti.

    Finché l’AI resta una chat da sorvegliare, non entrerà mai davvero nei processi produttivi. Finita la fase umarell adesso deve diventare un sistema che produce output affidabili, ripetibili e vendibili, allora sì che sarà uno strumento.

    Alla fine di gennaio 26 partirà la startup e una parte significativa dei prodotti sarà già utilizzabile. Non una promessa, ma strumenti concreti, pensati per chi lavora davvero e non ha tempo di fare l’umarell davanti allo schermo.

  • Quando l’AI smette di indovinare e inizia a certificare

    Quando l’AI smette di indovinare e inizia a certificare

    Conosci Perplexity (perplexity.ai)? Se la risposta è no, allora dovresti.

    Perplexity è brillante!

    Se lo usi per lavoro, la scena è questa: fai una domanda, in pochi secondi arriva una risposta fluida, ben scritta, piena di riferimenti. Ed é tutto perfetto…

    Perplexity, rispetto ai soliti chatbot, ha una marcia in più: orchestra più LLM, sceglie (o prova a scegliere) il modello più adatto, collega fonti diverse.

    È un ottimo laboratorio di idee. Ma è un laboratorio senza registro di laboratorio: non sai quali modelli ha usato, in che ordine, con quali criteri. E soprattutto non hai un modo semplice per rifare lo stesso percorso tra un mese, o farlo rifare a un collega, ed ottenere un risultato costante e ripetibile.

    Allo scoccare del quarto anno di GenAi, la domanda oggi è: “quanto costa il fatto di non poter certificare il processo che ha portato a quella risposta?”.


    Perplessità e canonicità: due facce della stessa storia

    La scienza vive da sempre su una tensione fra due poli.

    Da una parte c’è la perplessità: il dubbio, le ipotesi, la curiosità che apre piste nuove. È la fase in cui Perplexity è fortissimo: ti mostra fonti diverse, prospettive in conflitto, ti fa vedere che “forse qui qualcosa non torna”.

    Dall’altra c’è la canonicità: quello che diventa metodo, protocollo, standard. Non è la verità assoluta, ma un “con questo protocollo, su questi dati, arriviamo a questa conclusione, con questo grado di confidenza. Sempre”.

    In questo schema, Perplexity è il motore della domanda. Manca però il motore del metodo.

    Se sei un professionista non puoi chiedere ad un unico modello di “fare tutto”, ma hai la necessità di costruire una piccola squadra di modelli, ognuno con un ruolo preciso, legati da un flusso che puoi spiegare e rifare.


    Non sono il solo a sostenerlo, qualche tempo fa Andrej Karpathy ha scritto che il futuro non è il prompt engineering, ma la context engineering: riempire la finestra di contesto con le informazioni giuste, nello step giusto, per il modello giusto.

    Karpathy, la “context engineering” e il terzo pilastro

    Le applicazioni serie di LLM, dice, non sono “un’interfaccia carina sopra un modello”, ma software veri, con flussi di controllo, chiamate orchestrate, memoria, strumenti, verifiche.

    È esattamente quello che ho chiamato pipeline prompting nel mio manifesto:
    – prima la scomposizione in step;
    – poi la specializzazione dei modelli per compito;
    – infine il filo di continuità, cioè come il contesto passa da uno step all’altro.


    Canonity: dai prompt ai protocolli

    Quale nome dare all’editor dove prende forma il pipeline prompting?.

    Canonity.

    Non è il posto dove “parli con l’AI”: è il posto dove decidi come le AI devono lavorare fra loro su un problema reale.

    Canonity nasce esattamente qui: non come “un altro chatbot”, ma come editor visivo di step-prompt.

    Invece di un mega-prompt che speri venga interpretato bene, costruisci un workflow:

    • uno step scompone la domanda in sotto-problemi;
    • un altro cerca, ma restituisce solo metadati strutturati (DOI, anno, tipo di studio…);
    • un terzo valuta la qualità degli studi e segnala bias;
    • un quarto sintetizza, usando solo le fonti che superano una certa soglia;
    • alla fine ci sei tu, che controlli, correggi, approvi.

    Ogni passaggio è esplicito, ogni modello fa il pezzo di lavoro per cui è più adatto, il flusso ha un ID, una versione, una storia.

    Non stai più “giocando al prompt perfetto”: stai scrivendo un protocollo che altri possono usare, criticare, migliorare e4 che da risultati ripetibili ad ogni esecuzione.


    Perché “Canonity” richiama “Perplexity”, ma fa un mestiere diverso

    Il gioco di nomi è ovvio.

    Perplexity richiama la perplessità, il dubbio fertile, l’esplorazione. È perfetto quando vuoi generare idee, esplorare lo spazio di possibilità, farti sorprendere.

    Canonity richiama il canone: ciò che diventa riferimento, metodo, standard. Entra in gioco quando devi dire: “Questo è il modo in cui abbiamo affrontato il problema; questi sono gli step, i modelli, le fonti escluse e perché”.

    Se fai ricerca, se lavori in sanità, in ambito legale, in policy pubblica, non ti basta “me l’ha detto l’AI”. Hai bisogno di una catena di custodia dell’informazione. È questo il passaggio: dall’AI-oracolo all’AI-strumento scientifico.

    Adottare uno strumento come Canonity significa cambiare ruolo: da utente di AI a orchestratore di AI, da prompter a tenmpo perso a professionista: non vendi più “prompt” o “ore di chat”, ma processi: come definisci il problema, come scomponi il lavoro, quali modelli usi, quali controlli applichi.


    E adesso?

    Canonity è in sviluppo attivo e lo stiamo testando con chi ha questo problema molto concreto: non gli basta più una risposta brillante, vuole un metodo che possa difendere davanti a un revisore, un cliente, un comitato etico.

    Se sei uno dei 22 milioni di utilizzatori (o meglio uno degli 8 milioni di utilizzatori a pagamento) di Perplexity e senti che ti manca il “registro di laboratorio”, tieni d’occhio quello che succede intorno a Canonity e al pipeline prompting.

    Perché la partita, ormai, non è più “chi ha il modello più intelligente”, ma chi ha il processo più trasparente e ripetibile.